
Frequento il mondo dello Yoga da quindici anni.
Come scrive nell'”Introduzione alla Yoga” Marcello Busato, sul sito “In Quiete” di Gianfranco Bertagni, lo Yoga è una disciplina molto introspettiva che non ha avuto un corrispondente in Occidente, fatte salve alcune correnti spirituali e/o filosofiche; lo Yoga è stato letto infatti, nel corso degli anni, in chiave filosofica, religiosa, medica, psicologica. Condivide, in effetti, con queste discipline analogie e corrispondenze evidenti. Della filosofia lo Yoga conserva l’immensa speculazione sui principi ultimi e il costante impegno per la ricerca della verità. Delle religioni lo Yoga condivide il cerimoniale, il silenzio, la cura dell’anima, il senso del divino. Ma il dio Dello Yoga non è un principio esterno all’uomo, al contrario abita sempre la sua interiorità. Il dio dello Yoga non va cercato nelle chiese, non nei dogmi, semmai nel cuore della terra, nel respiro del mare, nell’alito del vento, nella meditazione. Disporre la mente alla meditazione significa incontrare la Totalità che si manifesta in noi come Unità e Quiete. Il problema sta nel prendere coscienza che dio è dentro di te! Un percorso direi mistico che mette l’uomo in relazione non dualistica con l’Universo. Lo yoga è una pratica che non può prescindere dalla sua teoria: se anche riesco a mantenere il mio corpo sano, flessibile, giovane, ma non ho sviluppato allo stesso modo la mia interiorità, ho fallito l’intento. Si può affermare che lo yoga sia un sistema a suo modo scientifico che invariabilmente si avvicina all’approccio psicosomatico: lo Yoga rifugge ogni forma di unilateralità (di questo mi occuperò nella sezione Naturopatia e medicine integrate).

Per certi versi lo Yoga può considerarsi un approccio antipsicologico. Ma qui occorre fare un enorme distinguo tra psiche dell’uomo occidentale e psiche dell’uomo orientale. Lo psicologo Adalberto Bonecchi nel saggio “ La cura tra Oriente e Occidente” afferma: “Turbamenti, emozioni, lacrime, palpitazioni e tutta l’eredità tardo romantica di cui più o meno consapevolmente siamo imbevuti non vengono considerati nelle tradizioni orientali un bene prezioso da custodire e in cui riconoscersi, ma un inutile orpello, che ci impedisce di sperimentare la nostra vera natura, che è trans individuale…Conoscere se stessi, infatti, in questo caso significa proprio conoscere questa dimensione, libera dai lacci della propria storia, che non viene abolita, ma di cui si diviene testimoni per così dire oggettivi”. Dunque, l’anima dell’uomo secondo lo Yoga non è il mio sé contrapposto al tuo, ma un Sé che ci trascende entrambi.
Olga Frobe-Kapteyn (1881-1962), attivista olandese, fondatrice del centro Eranos ad Ascona in canton Ticino scrisse il seguente testo agli albori del secolo scorso: “I convegni Eranos hanno come scopo la mediazione tra est e ovest. Il loro compito è di creare un luogo di promozione di tale intesa spirituale. Per questa ragione abbiamo fatto costruire qualche anno fa la sala di conferenze Eranos in un giardino sul Lago Maggiore. Il problema di un fertile discorso tra est e ovest è in primo luogo di ordine psicologico. I problemi religiosi e psicologici dell’uomo occidentale possono infatti essere senza dubbio arricchiti dalla sapienza orientale. Non si tratta di imitare metodi e dottrine orientali, né di negligere o di inibire le coscienze occidentali, ma la sapienza, la simbologia e la metodologia orientali potrebbero aiutarci a riscoprire i nostri valori spirituali. Eranos in greco significa incontro di tipo spirituale, in cui i partecipanti, secondo un vecchio costume, portano il loro pasto per il banchetto”. Olga arrivò in cura a Monte Verità nel 1919. Negli anni venti si occupa di scienze occulte, di fenomeni extrasensoriali, di teosofia. Nel 1924 partecipa ad un corso su Lao-Tse, tenuto da Martin Buber al Monte Verità; nel 1928 fa costruire la sala Eranos. E nel 1932 con la consulenza di C.G.Jung e R.Otto discute i programmi dei futuri convegni che iniziano nel 1933 sul tema “Yoga e meditazione in oriente e occidente” e che fino a oggi hanno luogo ogni anno verso la fine di agosto.
Quando Vimala Thakar (1923-2009), uno dei massimi leader spirituali indipendenti dell’India contemporanea, studiosa di filosofia orientale e occidentale parla della necessità di una trasformazione del modo di vivere dice “…Una trasformazione dello stato di coscienza o del modo di vivere, “non è una questione teorica””. E’ proprio così; anche l’analisi non è una cura ma una pratica “di verità su sé stessi”, aggiunge Freud.
Ho potuto conoscere la figura e il pensiero di Vimala grazie al mio maestro di yoga, Daniele Rabozzi, cultore e conoscitore di quei mondi dagli anni ‘80; presso il Centro Studi Yoga Kailash di Verbania e nei seminari organizzati negli anni dal centro (anche in India), ho potuto approfondire alcuni temi legati al Raja Yoga. Daniele conobbe Vimala personalmente e ne divenne amico: “L’evento più importante del mio percorso nel mondo dello yoga e nella vita. L’intensità dell’insegnamento, così come della presenza di Vimala ha facilitato in me la nascita di una nuova visione dello yoga che ha definitivamente portato la mia pratica oltre i confini del tappetino” (centroyogakailash.it).
In molte altre argomentazioni ho ritrovato un “comune sentire” tra il pensiero di Vimala (e la tradizione yogica in generale) con la psicoanalisi freudiana, riletta con l’aiuto di un maestro nei seminari che commenterò in seguito.
Nel suo straordinario testo “L’arte di morire vivendo. Il pellegrinaggio interiore” (Ed. Ubaldini, 1993) Vimala scrive: “[…] La vita sensoriale, la vita psicologica, la vita intrapsichica, le trasformazioni e i cambiamenti di dimensione, tutto ciò avviene in una piccola, minuscola forma umana che non è altro che cosmo condensato, un universo in miniatura. Se voglio imparare, e se per me il movimento dell’imparare, è la gioia della vita, è la scoperta delle verità dietro i fatti materiali e psicologici, continuerò a imparare. Educherò le energie condizionate nel modo più equilibrato possibile, e continuerò a imparare. Così l’imparare si affina. L’imparare sensibilizza simultaneamente tutti i sistemi. È una crescita olistica e, se me lo consentite, questa crescita olistica non avviene nel tempo. La crescita biologica richiede ciò che chiamiamo tempo. Ma questa crescita olistica, psicologica è una trasformazione che avviene momento per momento, rinascendo ogni volta. Allora vivere diventa imparare, diventa il meraviglioso fenomeno di morire momento per momento”.

In un altro preziosissimo passo del testo Vimala afferma: “La consapevolezza interiore di una vita libera da concetti, la coscienza libera da condizionamenti, la consapevolezza di questo potenziale in noi, può essere la via d’uscita. Questa indagine religiosa, o spirituale, è l’impegno di tutta la vita, e non il conoscere cerebralmente qualcosa di nuovo e cercare di viverlo. Non è limitata all’intelletto, al cervello. È l’impegno a vivere la verità che comprendete. Può essere una piccola lucina, ma vivo alla sua luce. Vivo in essa e con essa. Se non è un impegno totale, se rimane a livello emotivo o intellettuale, resterà un’idea romantica creata da me e a cui indulgo per divertirmi, per poi tornare a ciò che ritengo invece reale”.
Parole forti che esprimono una coerenza radicale.
Vimala nel medesimo testo ha parlato anche di guarigione, raccontando un aneddoto legato alla conoscenza durante una sua partecipazione ad un simposio all’Università di Boston, di un famoso medico oncologo, il quale ammise di aver praticato la chirurgia per diciotto anni. Ad un certo punto aveva capito la necessità di un approccio olistico alla salute: “La guarigione deve avvenire nella globalità del modo di vivere, nello stile di vita. La malattia non può venire curata se non cambia tutto il modo di vivere”. Questa era la sua comprensione e perciò aveva fondato un istituto di salute olistica. Di queste argomentazioni inerenti salute/malattia/guarigione mi occupo nello specifico nella sezione NATUROPATIA di questo sito.
Nel suo “Life is teacher” Vimala afferma: “[…] Le relazioni esistono perché sia possibile interagire e arricchirci reciprocamente. Un giorno, cari amici, la scontrosità che sta mettendo tutto sottosopra, relazioni familiari e sociali, verrà sostituita da un atteggiamento di cooperazione, di amicizia e pace”. Una profezia, questa di Vimala Thakar che ognuno di noi spera possa avverarsi al più presto, visto i tempi che corrono….
Intenso e ulteriore approfondimento su queste tematiche lo ebbi poi grazie alla conoscenza di Mauro Bergonzi, insegnante di Religioni e filosofia dell’India all’Istituto Universitario “l’Orientale” di Napoli, invitato in cicli di incontri organizzati dalla Biblioteca comunale di Verbania e dal Centro Yoga Kailash. I suoi interventi contribuirono grandemente alla graduale comprensione sull’importanza della meditazione e del concetto di non-dualità. Riporto qui un estratto dall’incontro dell’aprile 2015: “[…] Partire dai nostri conflitti e mano a mano semplificare. Disimparare. Lasciare cadere le cose…C’è un detto taoista molto bello che dice: il dotto apprende una cosa nuova ogni giorno; l’uomo del Tao dimentica una cosa ogni giorno”.
E ancora dall’intervento dell’ottobre 2015: “La maggior parte delle persone, vive o cerca di sopravvivere, a volte, senza mai domandarsi veramente in maniera chiara: ma che cos’è il reale? E soprattutto: chi sono io? Non se lo domandano perché per la maggior parte pensano di avere già una risposta! Da quando erano piccoli hanno ricevuto tutta una serie di descrizioni della realtà, dai loro genitori, dagli insegnanti a scuola, dai giornalisti, dai professori universitari eccetera. Gli è stata data una serie di descrizioni della realtà, senza che neanche loro se ne accorgessero, che hanno fatto propria e a quel punto è come quando uno si mette un paio di occhiali, glieli mettono da piccolo e poi si dimentica di avere gli occhiali colorati. Per quanto guarda, vede tutto di quel colore e pensa che la realtà sia esattamente del colore che gli mostrano gli occhiali. Perché si è dimenticato di averli; non se li sa togliere! Quindi la maggior parte delle persone vive, non nel mondo, ma in una descrizione del mondo che hanno assimilato senza saperlo e che non mettono mai in discussione”.

Segue un brano dell’intervista a Mauro Bergonzi, tratta dal sito di Gianfranco Bertagni “In-Quiete” dal titolo “Oriente e Occidente un incontro possibile?”
“[…] il lavoro meditativo viene fatto con uno strumento che è la consapevolezza, cioè si aumenta la capacità di essere presenti, qui e ora, alla vita, anziché, come spesso ci accade, perderci nei ricordi del passato, nelle anticipazioni del futuro, senza più accorgerci di dove stiamo, di cosa stiamo facendo e di chi siamo. Allora la pratica meditativa è proprio la capacità di calmare, calmare la mente – primo punto – al punto che in certi momenti la mente diventa stabile come la fiamma di una candela in una stanza senza vento. Abbiamo messo una candela appunto, qui fra gli oggetti, proprio per indicare questa caratteristica meditativa, cioè la calma, quel riposo sveglio che ci permette di guardare. Questo è un aspetto. Ma l’aspetto più importante è guardare attraverso la calma. Cioè se ho un’acqua agitata che solleva la sabbia, non posso vedere il fondo. Per vedere il fondo devo aspettare che l’acqua si calmi e si depositi la sabbia. Ma poi devo guardare. Ecco, questo guardare, che è la consapevolezza, è considerato qualcosa di importantissimo perché ha la capacità di trasformare l’energia anche delle emozioni negative […]. La via meditativa è una terza via: non reprimere e non scaricare, ma lasciare cosciente la collera e sentirla in tutti i modi: sentire di che sa la collera fisicamente, in che punto la sento; sentire che pensieri evoca; sentirla, lasciarla essere. Ecco, allora, questo lasciare essere le cose, permette di creare uno spazio di libertà, per poi esprimermi nella realtà in una maniera non compulsiva, cioè non meccanica, non come una marionetta, che basta premere certi bottoni e agisco in un certo modo, ma in una maniera libera, sentire pienamente chi sono, come sono, ed essere libero di esprimermi, in maniera di tener conto di tutta la situazione. Questo è anche collegato con il non attaccamento di cui si parla molto spesso.
Psicoanalisi

Sono stata affascinata dalla psicologia da giovanissima; conservo una lettera del 1977 e cioè nella mia prima adolescenza, in cui confesso a me stessa che da grande avrei voluto fare la psicologa. Evvabbè! Un paio d’anni più tardi vedo in tv il film “Freud, passioni segrete” del 1962, di Jhon Huston con Montgomery Clift: una vera folgorazione! (Conservo abbastanza gelosamente una video cassetta con la sua registrazione). Da allora mi sono sempre interessata all’approccio psicoanalitico, letto testi, appassionata alle analiste donne come Anna Freud, Melanie Klein, Alice Miller, ai loro carteggi intensi, profondi, unici. Ho regalato a giovanissimi amici anche il “Freud” a fumetti di Richard Appignanesi, disegnato da Oscar Zarate che è un validissimo strumento per fare avvicinare, non solo i ragazzi, alla psicoanalisi: una divertente ma incisiva introduzione all’argomento. All’Università scelgo senza indugi quello che allora si chiamava ”indirizzo psicologico”; il celebre “Trattato di psicoanalisi” di Cesare Musatti fu una guida impagabile. Successivamente frequento corsi di aggiornamento professionale dedicati alla pedagogia clinica, all’analisi e alla modificazione del comportamento con handicap, all’etica e alla qualità dei processi formativi e infine, grazie alla Cooperativa sociale Insieme/Anteo (con cui collaborerò per parecchi anni fino al suo scioglimento), frequento seminari sulla struttura psicotica, sul paradigma corporeo, sulla depressione, sulla psicoterapia junghiana, sulla seduzione nella relazione d’aiuto, coordinati dalla dott.ssa Nadia Negri Pizzini. Dunque mi formo sempre in questa direzione; ma è lo sguardo psicoanalitico quello che mi fa risuonare dentro qualcosa di diverso…

Più tardi, dal 2010 al 2014, frequento la psicoanalisi in senso lacaniano, in quanto decido di partecipare ai seminari psicoanalitici del martedì. Jacques Lacan tenne i suoi famosi seminari a Parigi; io li frequentai a Suna presso lo studio del prof. Andrea Bocchiola. Così dal mese di ottobre fino a maggio, ogni martedì, mi faccio condurre nei meandri fitti della corposa opera del professore viennese. Essere guidati alla lettura dei testi freudiani è fondamentale; ci vuole un “traghettatore” per poter penetrare le parole e il pensiero di quello che fu, a mio parere, la personalità di svolta di tutto il ‘900. Capitolo per capitolo, brano su brano, ci siamo avventurati, io e gli altri due o tre astanti, in questo viaggio affascinante e controverso. Ho sbobinato molti di quegli incontri: ore e ore di lavoro sul testo! Il materiale poi rilegato mi è stato utilissimo, in particolare negli anni di lavoro da psicopedagogista; il prof. Bocchiola si rese disponibile per la supervisione di molti casi clinici.
Una delle prime questioni che mi è capitato sovente di dovere dibattere e spiegare anche in ambienti informali, è quella relativa alle differenze esistenti tra psicologia psichiatria e psicoanalisi. Tema che il prof. Bocchiola ha affrontato nella sua interessante rubrica su Eco Risveglio dal titolo “5 minuti sul lettino dell’analista” e che riporto per intero.
Riprendo ora il discorso da alcuni appunti inviatomi dal prof. Bocchiola e che inerivano proprio la questione delle difformità sostanziali suddette: “Dunque per un certo verso si può dire che la psicoanalisi rappresenti un’evoluzione delle cosiddette scienze psicologiche, ma non è affatto così. La psicoanalisi smonta esattamente l’edificio delle psicologie perché, non appartiene a quella tradizione disciplinare, è esterna ad esse, ma non perché la supera, raffinandola, ma perché si ferma prima, nel senso che si sottrae al dispositivo ideologico delle psicologie che sono quelle in base alle quali esiste un soggetto con un “foro interno”, con un’anima separata dal corpo.
La scoperta dell’inconscio sta a dire che non c’è un’interiorità nella soggettività e che la stessa soggettività è scissa, non ha un interno, casomai ha un esterno!
Veniamo alla genealogia “nera” delle cosiddette scienze psicologiche.
Platone inventa la polis, ma inventare la polis, vuol dire inventare anche l’anima, il riflesso soggettivo della polis: l’anima viene inventata perché serve un posto dove mettere in atto l’educazione del cittadino/soggetto, al bene. Per cui si doveva volgere il soggetto al bene, in base al criterio che la conoscenza porta alla virtù. Tutto ciò per stabilire il primato della politica razionale, dialettica, dialogica. Attraverso l’anima io posso accedere al mondo delle idee, cioè al bene supremo.
Aristotele prende atto dell’invenzione straordinaria del suo grande predecessore e ontologizza quella pratica discorsiva, cioè la prende come una cosa in sé, dimenticando la radice politico-pedagogica retrostante e facendo sì che la psicologia finisca con l’essere una tecnica di invenzione, manipolazione e formazione della psiche, dell’anima, del “foro interno” (termine mutuato dalla filosofia novecentesca).

La psicologia diviene alla lettera nei secoli, una pratica di inscrizione della vita del soggetto nel “foro interno”; il punto di rottura rispetto alla psicoanalisi è che la psicoanalisi è la scoperta dell’inconscio, cioè di ciò che non sta nel foro interno, che resiste a questa pretesa di interiorizzazione delle cose. Infatti, la psicoanalisi si fa sotto transfert, ovvero fuori, non dentro, ma in un “tra” relazionale; l’inconscio, il luogo propriamente detto dell’inconscio è “tra”, cioè tra le persone, fuori nel mondo. Non in quello che uno ha dentro, che non è nemmeno suo, casomai dei genitori, dei nonni, della cultura eccetera…da Platone in poi il problema dell’anima è stato un problema irrisolto; se io apro la testa, non trovo l’anima!
Il momento in cui la psicologia è uscita dai recinti dell’accademia, per andare nelle scuole, per andare nella società, per istituirsi come ordine professionale, è stato storicamente, nella Germania del Terzo Reich, sotto l’egida di Goering. Questa genealogia inquietante della psicologia come psicologia scientifica, andando a ritroso ci porta ad Hobbes e a Cartesio, il quale divide il mondo in res cogitans e res extensa e dice che della res extensa, noi possiamo avere una conoscenza scientifica per cause; dell’anima dice, non possiamo avere una conoscenza scientifica perché quello è lo spazio della libertà. Cartesio, dunque riserva la libertà all’anima. Hobbes si ritrova come pensatore in una situazione storico-culturale in cui sta naufragando la visione del mondo fondamentalmente dominata dalla cristianità. Proprio nel momento in cui comincia a collassare tutta la logica imperiale e feudale c’è un problema, cioè, su che cosa facciamo posare le leggi che regolano i rapporti fra le persone? Non c’è più il fondamento teologico che è in piena bufera, Hobbes costruisce un modello di Stato fondamentalmente totalitario e contrattualista, dove occorre uno Stato che serve a controllare quelli che non si controllano da soli; serve una scienza per cause dell’anima. Serve una psicologia scientifica, causa-effetto, cioè costruita sull’edificio della causalità. A questo punto riprende gli studi di Aristotele e ne traduce la verità oscena che il Terzo Reich, successivamente, con genialità filosofica perversa ne farà uso, ne mette in piedi lo status che fino ad oggi regge. Una psico-logìa, razionale, della mente, misurabile e controllabile con precisi protocolli scientifici ufficiali e standardizzati. Figlia di quella logica unaria della scienza che divide, separa, si fonda su assiomi, dogmi, deduce e induce.

Lo sguardo freudiano fu dunque uno sguardo “strabico”; da un lato Freud, uomo di scienza, professore, neurologo, voleva a tutti i costi uno statuto scientifico per questa nuova disciplina che chiamò appunto psicoanalisi. Fondare una disciplina come scienza, quindi con teorie, basata su regole scritte, volumi, studi. Ma si accorse, strada facendo, che la struttura che andava scoprendo, in particolare l’inconscio, sfuggiva ad ogni presa razionale, logica, scientifica. È il problema della scrittura in psicoanalisi. La tesi a cui approderà Freud avverrà non per via diretta, speculativa, razionale, tetica, ma per assunzioni, metabolizzazioni, ruminazioni in avanti e indietro, riscontrabili nei suoi scritti “iniziatici” ad esempio: “Al di là del principio del piacere”; “L’interpretazione dei sogni”. Freud andrà scoprendo non senza conflitti, traumi, delusioni, che l’accadere psichico non può essere scritto scientificamente; non ha logica nelle proposizioni, non va per deduzioni/induzioni di stampo aristotelico. Eppure, ancora oggi, esiste una reale spartizione tra la medicina scientifica, che si occupa dei corpi, e la psicologia, da un lato, e la religione, dall’altro, che si occupano dell’anima/mente dell’uomo occidentale.
In filosofia chi aveva intuito tutto ciò fu Nietzsche che non scrisse mai testi in forma di sistema, ma di aforismi che offrono scorci fulminanti sulle cose; Nietzsche ci fa emancipare dal feticcio del “modello”, del sistema, della logica tetica.
Freud scopre che esiste un “farsi delle cose” che è indipendente dal soggetto e che non si può neppure ricondurre all’esperienza, come un eterno ritorno dell’uguale, di una serie di fenomeni nella vita psichica che si ripetono e non tengono conto né della volontà, né della ragione. Freud va oltre la teoria della motivazione interiore (scelgo, voglio, faccio quello, faccio l’altro…) proprio perché va via via scoprendo, che esiste un flusso di eventi psichici a cui il soggetto è assoggettato; il luogo della psiche non sta dentro il soggetto ma sta tra il soggetto e il mondo.
La psicoanalisi sostiene che il rimosso, cioè il contenuto dell’inconscio, rispetto al soggetto non sta dentro, quindi è inutile cercarlo lì, come risulta inutile che egli parli dei propri vissuti, della propria storia, (per Freud: “il romanzo familiare”) perché non dicono veramente nulla di lui, piuttosto parlano delle sue proiezioni o identificazioni proiettive, pertanto sono mere costruzioni della coscienza. Il vero “resto” del soggetto lo si può guardare attraverso la voce, la gestualità, la posizione, l’espressione del viso, il linguaggio psicosomatico, i cosiddetti atti mancati, negli agiti, nei lapsus, nelle ambiguità semantiche, in tutti quei fenomeni che io faccio partire da me, pretendendone di esserne il padrone e mi mostrano quello che sta dietro, dove non ci sono parole, linguaggio, scrittura. Questo dimostra l’importanza di tanti indici non linguistici e della necessità che il terapeuta osservi la persona nella sua totalità espressiva, per capire ciò che egli sta veramente provando.
C’è un funzionamento psichico indipendente da ciò che il soggetto può pensare, volere o dire di sé.
La psicoanalisi come “cura di parole” è una pratica di verità dove le parole implicano una dissociazione, un’assenza, quasi una condizione ipnoide; questo differenzia la psicoanalisi da tutte le altre psicologie.

L’inconscio è dinamico e rimosso e affinché dia segno di sé, occorre che la coscienza si distragga, così nel sogno come nel dialogo analitico. Il sogno, “scoperta” di Freud e via regia per l’inconscio, fu una scoperta indotta dalle pazienti-donne di Freud.
Freud scoprirà con entusiasmo, genialità e passione l’importanza del “fattore infantile”, cioè il primato del bambino al quale restituisce una sua specifica intenzionalità e sensibilità, che fino ad allora erano sconosciute e negate. Il bambino è “osmotico” rispetto all’ambiente; sa cogliere la “logica degli affetti” senza comprendere le parole. È il bambino il vero soggetto più vicino alla dimensione psichica: a-temporale, a-storica, poetica. Parlerà delle qualità “senzienti” del corpo del bambino, sottilissime e molto sensibili.
Per Freud il soggetto agisce secondo un onirismo costante, non coscientemente determinato, ma secondo una realtà organizzata in base alle leggi della costruzione dei sogni, cioè quelle che hanno regolato lo sviluppo progressivo della costruzione del mondo del bambino; è una lente proto-rappresentativa che costituirà il fondamento della struttura psichica del soggetto. Dunque, ciò che si sedimenta nella mente ha il primato rispetto a ciò che succede nella storia del soggetto. Tutto ciò che è stato, verrà sempre riformulato nella vita dell’individuo. (Occorre prenderne consapevolezza e saperlo vedere da “fuori” per poter meglio conviverci e non lasciarsi, viceversa, vivere, da quella coazione a ripetere, da quel fantasma primordiale che ci costituisce. Conosci te stesso. N.d.R.)
Nell’adulto c’è sempre quel bambino che desidera, che agisce, che parla, che sogna.
Freud ci aiuta a fare il lutto dell’ideologia della soluzione; non c’è un’umanità risolta né sul piano individuale, né collettivo. Non ci sono pillole magiche, né test psicologici che possano risolverci i problemi esistenziali. Ci parla della “capacità negativa” come dell’attitudine analitica a non precipitarci su una spiegazione. Il vero elemento curativo è la verità su di sé. La psicoanalisi può aiutare ad aumentare progressivamente la capacità del soggetto/paziente di “guardarsi” mentre ripete nella stanza dell’analisi quel qualcosa che lo riguarda intimamente, quel rimosso contrapposto ad un Io coerente, unità sintetica di percezione e coscienza, oggetto della indagine scientifica classica.
Il vero punto focale della psicoanalisi è un’esperienza irriducibile a qualsiasi pratica di scrittura; non è una diagnosi, considerata da Freud una pratica di scrittura, perché per Freud non esistono oggetti nel mondo, indipendenti dalle pratiche di scrittura che li istituiscono (tutte le scienze, le psico-logie, i protocolli, i test, i manuali diagnostico-statistici; la storia ufficiale; le religioni; etc.…sono solo discorsi. Le pratiche di scrittura producono i propri oggetti e pretendono che questi siano reali!) e anche in analisi i discorsi sono deliri; si tocca veramente la realtà psichica quando compare qualcosa al di fuori della presa delle parole, dove non c’è nemmeno più la “libera associazione” (pur già liberata in parte dal razionale), non c’è più interpretazione possibile tra le migliaia di interpretazioni.

Freud lottò contro il luogo comune nell’interpretazione dei sogni, ad esempio. A lui non interessavano le cabale, i simboli derivanti dai sogni, le trascrizioni che portavano ad altre interpretazioni, in una serie infinita di interpretazioni possibili. Per Freud il vero significato del sogno è un significato di una singolarità assolutamente eccezionale; il frutto di un campo intensivo di forze. Scrivere e interpretare un sogno contraddice lo stesso lavoro onirico. Noi mettiamo ordine, costruiamo una trama, separiamo il prima dal poi. Introduciamo uno spazio o un ordine temporale, una forma, un giudizio. Il sogno per Freud corrisponde ad un evento sensoriale all’interno di catene sensoriali, dalle quali non può essere estratto senza essere astratto e quindi perso nel suo vero significato. Il sogno ha un’operatività sensoriale che tocca e disloca, che provoca e fa delle cose nel mondo. Il sogno è un pensiero che si fa in noi e dinnanzi a noi; un pensiero che si fa e ci riguarda e che è fondamentale per la metabolizzazione della vita del soggetto. Il sogno è macchina di pensiero.
Il sogno è carne che pensa.
Insomma, tutta la psicoanalisi è basata su un lavoro sulla teoria e al contempo, c’è un continuo appellarsi di Freud a modelli significanti diversi dalla scrittura. Ad esempio i pittogrammi (vedi sezione Performance – Installazioni – Opera: Evento nucleare del sublime 1,2,3,4…).
La psicoanalisi dovrebbe produrre, non una conoscenza su di sé, ma un “saperci fare con sé stessi” come una capacità trasformativa (peculiare caratteristica dell’inconscio). Andare verso la comprensione, viceversa, presuppone di sospendere l’agire compulsivo per andare verso un lavorìo interiore: un’operazione che mobilita sentimenti, passioni, vissuti profondissimi e spesso traumatici.
La cosiddetta “realtà oggettiva” è un feticcio per Freud, risulta finzionale rispetto all’operatività stratificata, magmatica, ri-significante dell’inconscio e in generale dello psichismo.
Tutto ciò che c’è dentro è esterno a me; nel fondo di me stesso c’è il desiderio. Il desiderio dell’altro e il lavoro dell’altro su di me (a partire dal pittogramma bocca-seno e alla successiva attivazione dei distretti corporei).

Per la conoscenza scientifica-tetica (fondata su tesi) vi è una verità; dove vi è corrispondenza del discorso alla parola; linearità; deduzione; cumulatività progressività.
Il vero sapere filosofico (e analitico) è un discorso a-tetico, perturbante, trasformativo; la verità è molteplice ed è ri-velazione, cioè svela nascondendosi e rivela celandosi; è un movimento carsico per reti associative; avvicinamento-retrocessione. È iniziazione. È oltrepassare il proprio fantasma fondamentale; è “l’ombelico del sogno”.
Sono i filosofi tra ‘800 e ‘900 che interrogano per la prima volta l’Oriente, perché sentivano la decomposizione del pensiero positivo occidentale: Nietzsche; Heidegger; Blaser; Wittenstein che ancora oggi si ispira al quadro metafisico disegnato da Platone.
Noi non nasciamo soggetti psicologici.
Noi nasciamo soggetti psicologici, proprio perché abbiamo l’avventura di crescere fondamentalmente in Occidente. L’Occidente è fondato su un’antropologia psicologica e psico-storica. Noi siamo diventati tali perché abbiamo avuto un ordine di pratiche discorsive che hanno scritto il mondo e scrivono noi stessi e in questa scrittura è previsto che si assuma una forma, per cui c’è un “foro interno”, l’anima e c’è, fuori, un mondo.
Vi è nella società occidentale una sorta di illusoria convinzione di razionalità, un dogma, una presunzione di padroneggiare sé stessi, le proprie azioni, la propria volontà, le proprie parole eccetera. A ciò che, invece, non conosciamo, diamo etichette quali: destino, fato, sfortuna e magari, inconscio.
Ma nel foro interno c’è il mondo. C’è l’altro. Il desiderio dell’altro. Lo sguardo dell’altro. Dell’inconscio materno e paterno. Dell’inconscio dei loro genitori. E così via.

Credo che le grandi tradizioni di pensiero, sia che facciano capo ad una filosofia di vita o ad un maestro o un iniziato, possano ritrovare un terreno comune di condivisione al fine di poter meglio comprendere la complessità che caratterizza l’essere umano, in questo caso la sua psiche, oggetto che sfugge alla descrizione formale, perché multi-significante ed enigmatico. È proprio questa dimensione enigmatica del pensiero che è irriducibile; occorre umiltà, in quanto la vita psichica è molto resistente alle nostre pretese di comprensione. I greci chiamavamo metabolé, quella sperimentazione viva, quella trasformazione che avviene in noi, nonostante noi…” (Bocchiola)
Ecco queste riflessioni, questi pensieri, fanno parte della mia passione per la ricerca psicanalitica insieme allo Yoga, una coppia atetica, come mi piace definirla; due percorsi da farsi con il corpo, con la presenza-assenza, senza troppe parole.
Scrive Luce Irigary, psicologa, linguista, psicoanalista, praticante yoga da oltre un trentennio nonché direttrice di ricerca in filosofia presso il Centre Nationale de la Recherche Scientifique di Parigi: “Una nuova cultura dell’energia. Al di là di Oriente e Occidente – il problema è trovare il modo di coltivare un‘energia naturale che, in Occidente, si conosce soltanto sotto forma di istinti, pulsioni o passioni più o meno umane, più o meno patogene o reprensibili. Cosa fare di un’energia libera, ancora naturale ma già spirituale, in quanto scaturisce da una pratica volontaria, in particolare la respirazione?”
Congiungere una cultura del respiro a quella dell’amore può trasformare ognuno di noi in un ponte tra Oriente e Occidente”.
L’inconscio non è inquietante. E’ la tessitura di fondo sul quale si sviluppa la trama vivente della nostra esistenza, la fonte inesauribile della nostra creatività. E’ “presente” in tutto quello che viviamo, esperiamo, è il senso del nostro respiro che non è linguisticamente pensabile”.
Concludo questa sezione con una citazione di Sarantis Thanopulos psicoanalista di origine greca che vive e lavora a Napoli; collabora con il quotidiano Il Manifesto dove cura la rubrica settimanale “Verità nascoste”. Scrive Sarantis il 5 dicembre 2020: “L’inconscio è spesso pensato come luogo spettrale di desideri perversi, inammissibili e di forze pulsionali informi. Più abitato dalla morte che dalla vita. Ricettacolo dell’immondizia dei nostri sentimenti e pensieri proibiti, a cui è meglio sbarrare ogni via di comunicazione con la rappresentazione di un mondo governato da nobili ideali. In realtà l’inconscio corrisponde a una rappresentazione di sé e del mondo a stretto contatto con ciò che nell’essere umano è più naturale, spontaneo o più autentico. Una rappresentazione che, pur non ignorando il dispiacere, il dolore e le discontinuità destabilizzanti, luttuose, ma anche trasformative, dell’esperienza, non è organizzata e, parzialmente, conformata, “corrotta”, dal principio logico di non contraddizione. In essa i contrari coesistono e i conflitti, se non superano una certa soglia, sono configurati come parte di un unico movimento.
Se la soglia è oltrepassata, il movimento, con la sua rappresentazione, è sospeso in corrispondenza dell’opposizione. L’impasse del desiderio crea un ingorgo nel fluire dell’esperienza. E’ l’ingorgo a creare i “fantasmi” e i “mostri” che popolano il nostro immaginario, abitando non l’inconscio, ma il luogo intermedio di reciproca compenetrazione tra la rappresentazione inconscia e quella conscia della realtà. Ogni ostacolo serio al libero scorrere della vita in noi, genera angoscia e figure inquietanti che invadono il pensiero e l’immaginazione. Nei casi più gravi nell’inconscio si aprono delle falle.

Un giardino non è una vetrina o una stanza da riempire.
E’ più simile al mare, una sostanza viva, profumata e intensa, in cui immergersi e uscire diversi da prima.
Xavier Perrot, paesaggista francese
Trainor, il farmacista
Soltanto un chimico può dire, e non sempre,
che cosa uscirà dalla combinazione
di fluidi e di solidi.
E chi può dire
Come uomini e donne reagiranno
Fra loro, e quali bambini nasceranno?
C’erano Benjiamin Pantier e sua moglie,
buoni in sé stessi, ma cattivi l’un l’altro;
ossigeno lui, lei idrogeno,
il figlio un fuoco devastatore.
Io, Trainor, il farmacista, mescolatore di elementi chimici,
morto mentre facevo un esperimento,
vissi senza sposarmi.
da Antologia di Spoon River, Edgar Lee Master
Trattatello semiserio di psicoanalisi embrionale
IL SESSO DEL NASCITURO: PUO’ ESISTERE UNA PSICOANALISI EMBRIONALE?
Nel mese di novembre dell’anno 2002 decisi di scrivere un piccolo trattato che chiamai di “psicoanalisi embrionale” raccogliendo una serie di osservazioni che intendevano sondare in modo empirico le dinamiche affettivo-emotive coinvolte nel concepimento. Svolgevo il mio lavoro di insegnante di scuola dell’infanzia con vera passione ed ero incuriosita dalla complessità interna alle relazioni genitori/figli e dalla mescolanza evidente di tratti di personalità genitoriale in quelli dei relativi figli/e. Memore delle numerose testimonianze delle informatrici e degli informatori per la ricerca sul campo che mi portò a realizzare tra gli anni 1994/’96 la mia tesi di laurea e che inerivano le cosiddette “credenze sul concepimento” (detti, proverbi, credenze che in qualche modo profetizzavano il sesso del nascituro sono presenti in valle Ossola, in Italia e nel mondo intero!); supportata dagli studi condotti da J. G. Frazer e pubblicati nella sua immensa opera “Il ramo d’oro” il cui punto focale è il principio della magìa omeopatica o imitativa, per cui sussiste una reciproca influenza tra uomo, mondo vegetale e animale, mi riproposi di buttare giù…qualche appunto.
I principali riferimenti teorici oltre il ponderoso Frazer li ritrovai sia nella storia del pensiero psicoanalitico e in particolare nelle figure di M. Klein, di D. Winnicott, di W. Bion e anche di C. G. Jung, sia in studiosi della portata di R. Assaggioli, A. Miller e Viktor E. Frankl esimio neurologo, psichiatra e filosofo austriaco. Un autore indimenticabile (in Italia le edizioni Erickson pubblicarono per un certo periodo la rivista Ricerca di senso, analisi esistenziale e logoterapia frankliana).
Finalità della ricerca fu quella di azzardare un’ipotesi del tutto empirica, sul sesso del nascituro.
Mi ripeto nel dire che sono stata agevolata inizialmente dal lavoro a scuola. Essere a contatto quotidianamente con i genitori e i loro figli, maschi e femmine, nelle vesti di insegnante e in seguito di operatore psicopedagogico ha significato, negli anni, entrare nelle famiglie, nei loro piccoli e grandi problemi di gestione delle emozioni, delle modalità di approccio, di adeguamento sofferto tra caratterialità a volte tra loro poco affini. Mano a mano le osservazioni occasionali divenivano più sistematiche; le andavo effettuando in circostanze informali, nei contesti amicali, sempre più spesso nei contesti vacanzieri, dove le famiglie potevano esprimere il loro autentico “essere-gruppale” attraverso modalità più spontanee.
Cominciai così ad articolare una sorta di teoria che indagava la struttura delle personalità genitoriali (con un occhio particolarmente attento alla figura materna, come da tradizione); la sfera che intesi privilegiare fu pertanto, visti il contesto e la mia formazione, quella educativa. In quel periodo peraltro fui invitata in molte occasioni a tenere corsi per genitori e feci parte di alcune commissioni nei concorsi per educatore e per assistente sociale. Insomma non mi mancarono le occasioni pubbliche di confrontarmi con un “macro ambito socio-educativo”.
Molte domande, spesso inquietanti, balzano all’occhio di chi, genitore, educatore o semplice individuo pensante, si ritrova a confrontarsi sull’importanza, ad esempio, della cosiddetta “adeguatezza genitoriale” per l’equilibrio psico-fisico del bambino.
Confesso che stabilire, prima del tempo, il sesso del nascituro fu un pretesto, un gioco. Tuttavia in un contesto squisitamente educativo fu un pretesto “di senso” come lo intese proprio il sopracitato V. E. Frankl, padre della logopedia e dell’analisi esistenziale. L’esigenza di senso, sostiene Frankl, riguarda infatti l’uomo psichiatrico e l’uomo antropologico cioè l’uomo nella sua globalità. Il suo senso dell’essere.
Ecco le mie riflessioni di allora: “Le cronache quotidiane ci rimandano in modo pressante a situazioni socio-familiari complicate, conflittuali, quando non sfocianti nell’abuso, nel maltrattamento, nella violenza, purtroppo sempre più spesso attribuita a “raptus” di uno o più membri della famiglia: dei genitori sui figli o al contrario dei figli sui genitori. Non intendo negare la malattia mentale profonda di tipo cronico, dalle modalità deliranti. Vorrei sostanzialmente fare luce su quei maltrattamenti più sottili, latenti, quasi invisibili e finemente psicologici che circolano indisturbati nelle nostre belle famiglie borghesi e, in parte, all’interno della nostra scuola pubblica. Vorrei spazzare il campo da quelle chimere fantapsicologiche ma molto rassicuranti, partorite dai media che indicano nel raptus, magari di stampo depressivo, la vera causa del malessere presente in molte famiglie. Crepet docet.
Ne “L’archetipo della madre” C. G. Jung riflette lungamente sul tema psicologico della “madre”, connettendolo alla filogenesi della specie umana; egli sostiene che la donna che non ha come scopo primario nella vita la sua propria personalità, ossia la realizzazione di sé, il suo sviluppo, provoca nei figli i cosiddetti “complessi materni”, diversificati nel figlio maschio e nella figlia femmina e aggiunge:” Quanto più inconsapevole della sua personalità è una simile madre, tanto più grande e violenta è la sua inconscia volontà di potenza” e ancora sottolinea l’importanza della presa di coscienza della propria dimensione archetipale come donna e come madre- in quanto io attribuisco alla madre personale un’importanza solo limitata. E cioè: a svolgere sulla psiche infantile tutti gli effetti descritti dalla letteratura non è tanto la madre personale, quanto piuttosto l’archetipo su di lei proiettato, che le conferisce uno sfondo mitologico e la investe di autorità e luminosità (…). Sono questi i tre aspetti fondamentali della madre: la sua bontà che alimenta e protegge, la sua orgiastica emotività, la sua infera oscurità”.
Lungi da atteggiamenti colpevolizzanti e/o giudicanti, va da sé comprendere l’importanza del cammino di autocoscienza dei futuri genitori, della madre, in primis, quale forma archetipale per eccellenza, comprensiva di realizzazione di una:”…magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto: ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto e l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile”.
Un pretesto dicevo poc’anzi, dunque, per i padri e le madri ma anche per coloro i quali si fermano a pensare prima di…concepire: pensare con attenzione e consapevolezza alla scelta di avere un figlio, una figlia. Ho provato a coinvolgere a tal fine, ( nei corsi per genitori organizzati da alcuni Istituti dell’Ossola e del Verbano), donne e uomini non ancora “procreatori”. Ciò che mi premeva e mi preme maggiormente ad oggi, è inquadrare una educazione familiare a carattere prioritariamente preventivo. Lo sguardo induce pertanto verso una maternità avente una dimensione “cosmica”, la quale demistifica in parte quella maternità vissuta solo biologicamente e che non regala tout court, la sopracitata ADEGUATEZZA GENITORIALE. Le basi fondanti questa mia proposta vertevano intorno ad alcune tematiche di riflessione condivise come ad esempio: 1. la realizzazione di sé come uomo/donna e cioè come persona; 2. l’innalzamento dei livelli di coscienza corporea e mentale; 3. l’alfabetizzazione emotiva; 4. l’autorevolezza; 5. la comunicazione intra-familiare e i suoi modelli; 6.la creatività.
Un autorevole supporto teorico-letterario mi è derivato dalla lettura di “Memorie di una ragazza perbene” di S. De Beauvoir. La prima parte di questo romanzo è infatti dedicata ad una intelligente lettura della dimensione infantile articolata mirabilmente da questa straordinaria scrittrice; la sua capacità di penetrare le situazioni affettive legate alle diverse figure della madre, del padre, della sorella, mi sono state di grande aiuto e soprattutto sono andate a confermare, attraverso codici letterari appassionati, quella che era la mia ipotesi intuitiva oggetto di questo saggio.
CENTRATURA DI SE’, EQUILIBRIO E ADEGUATEZZA: UN’OMEOSTASI ESISTENZIALE
Passo immediatamente a formulare il punto focale della tesi:” Il sesso del nascituro è determinato al momento del concepimento dalla personalità del genitore, il quale in quel momento del suo percorso esistenziale ha raggiunto un’adeguatezza o una “centratura” che chiamerò psico-fisico-sociale; tale figura genitoriale concepirà pertanto un bambino del suo stesso sesso”.
Possibili osservazioni conseguenti:
- La coppia che concepisca e generi solamente figli maschi o sole figlie femmine, può definirsi, secondo la suddetta ipotesi “squilibrata” in un senso (maschile) o nell’altro (femminile) ovverosia si può ipotizzare che la personalità di uno dei due genitori è, per lunghi periodi di vita (e in caso di “pluriproliferazione ex: sei figlie femmine nell’arco di un ventennio di fecondità) preponderante sull’altra, in quanto, più centrata, o risolta, o equilibrata o adeguata al proprio sé o semplicemente più realizzata;
- Per gli stessi motivi una coppia, può generare alternativamente, a seconda di quella che possiamo definire “omeostasi esistenziale” (raggiunta da ciascuno dei genitori al momento dei diversi concepimenti) figli maschi o figlie femmine;
- Affascinante sarebbe indagare sui parti gemellari (omozigoti o non) escludendo quelli indotti da cure antisterilità. Due/tre figli/e gemelli/e; una femmina e un maschio: quale intrigante cocktail embrionale!!
Aggiungo che…le apparenze ingannano! Secondo la mia personale esperienza in fatto di…genere umano, la persona (madre o padre ossia uno dei due genitori) che appare più estroversa, o più loquace, o più sicura di sé o nel caso più autoritaria (c’è una notevole differenza tra autorità e autorevolezza) NON è quasi mai il genitore centrato/risolto o adeguato (si intende sempre nei confronti del proprio sé e delle relazioni con il mondo esterno/non sé). Quella che chiamo adeguatezza emotivo-affettiva è una caratteristica di certe personalità più in ombra, diciamo riservate ma ben radicate, in particolare per quanto inerisce la fiducia di base o il winnicottiano “Vero sé”. Può accadere pertanto che una persona apparentemente più insicura, magari in senso antidogmatico, la quale ragiona secondo il cosiddetto “pensiero debole” ( dunque non rassicurante) va ad agire in una dimensione di maggiore autorevolezza all’interno delle dinamiche educative/emotive/relazionali, andando ad influire sulla complessa realtà intrapsichica della coppia genitoriale e di conseguenza della stirpe. Una sorta di “completezza” olistica.
Il fisico Max Planck sosteneva: “Credo che la coscienza sia di importanza primaria, credo che la materia derivi dalla coscienza”. Per migliaia di anni questo concetto è stato il punto nodale della conoscenza ayurvedica: il corpo viene generato dalla dinamica auto interagente della coscienza.
Dunque adeguatezza come autocoscienza e realizzazione del sé e consapevolezza come capacità di trasformazione in materia.
- Anche il materiale embrionale può fare parte di tale suddetta capacità?
- Le cosiddette personalità “dipendenti” cioè quella vastissima gamma che va dall’oppositivo, all’aggressivo; dall’iracondo all’alcolista, fino al paranoico e alla personalità con frange borderline possono generare, in virtù della tesi sostenuta, solamente figli/figlie del sesso opposto al proprio?
Un esempio per me paradigmatico è inerente una famiglia da me conosciuta e frequentata composta dai due genitori e da sei figli, due femmine e quattro maschi. La famiglia che chiamerò in questa sede “Famiglia X” è composta dai due coniugi, ferventi cattolici, i quali decidono ad un certo punto della loro conoscenza di avere molti figli. La donna è impiegata, lui è uno studente in medicina. È lei che, dopo le nozze, mantiene entrambi. La prima figlia è femmina e il padre sta ultimando gli studi. Il secondo figlio, due anni più tardi, è un’altra bambina. Nel frattempo le due rispettive famiglie d’origine ma in particolare quella del padre, osteggiano i due giovani, arrivando ad una rottura dei rapporti. I nonni paterni ritengono inadeguato l’apporto economico del padre in questione, il quale, poco tempo dopo, si laurea brillantemente in medicina. Il terzo figlio è un maschio; anche il quarto sarà maschio. L’uomo, già padre di quattro figli, diviene un medico affermato e realizzato. Il quinto e il sesto figlio saranno entrambi maschi.
- Una ulteriore osservazione/intuizione riguarda la preponderanza di persone di sesso femminile nella popolazione mondiale. Potrebbe essere plausibile l’ipotesi per cui esisterebbe una tendenza generalizzata/“cosmica”, nelle madri giovani e primipare, nel concepire come primogenito una figlia femmina? Sussisterebbe in queste donne-madri-uterine, una sorta di volontà di potenza, un trasporto erotico/volitivo al fine di assolvere il proprio compito biologico come realizzazione di un sé materno come sdoppiamento di sé (l’archetipo di riferimento Era/Giunone oppure Demetra/Cerere). Questa dimensione alle prime sembrerebbe più consona riferita alle donne/madri del secolo scorso, solitamente spose molto giovani e molto condizionate nell’offrire un figlio/a alla famiglia e alla comunità intera. Ma a questo punto occorrerebbero strumenti e tempi sofisticati e di stipo statistico.
Lascio all’amico lettore questa sorta di provocazione nel tentare un’analisi e una propria casistica familiare, per magari, in seguito, allargare la ricerca a nomi famosi della storia, della musica, dell’arte, andando ad indagare a caso nelle biografie ad esempio di Paganini, di Gandhi, o di Jung per il versante maschile; di Aleramo, Ginzburg, o la De Beauvoir stessa per quello femminile.
Si tenga presente che, come in ogni buona regola, vi sarà l’eccezione che…la confermerà!
Auguri e figli maschi…o femmine, chissa?!
Maria Grazia Carboni, novembre 2002
