“La poesia è come un’acqua sotterranea e il poeta è come il rabdomante che va a cercarla. Il romanzo desta in me ammirazione, la poesia mi commuove”
ALBERTO MORAVIA
Frammenti cantabili

“Frammenti cantabili” è il titolo della mia prima raccolta di poesie editata nel 2005 dalla Libreria Bocca di Milano. Il libro raccoglie cinquantasei componimenti, composti nell’arco di un trentennio, quello relativo alla mia giovinezza. Il testo è suddiviso in quattro parti: la prima idealmente dedicata all’esistenza in sé stessa, alla Natura, alla semplicità dei gesti quotidiani. La seconda, coeva alla prima e risalente ai miei sedici anni, è simbolo e dedica all’Amore, quello romantico, dolente e appassionato. La terza parte (relativa ai vent’anni) recupera atmosfere decadenti e crepuscolari, a volte tragiche a volte gioiose. Infine, l’ultima parte, quasi un’appendice, ove le persone e gli eventi risultano trasfigurati come in un tempo mitologico. Oggi rileggendo quelle poesie, quelle parole, capaci ancora di far risuonare dentro di me quelle precise emozioni…sorrido e provo una sorta di dolcezza nei confronti di quella me, così ingenua, così testarda, così travagliata! Penso all’importanza dell’espressione di sé, che diviene cura o autocura ma in senso filosofico e/o pedagogico. Grazie alla poesia ho potuto superare la mia soggettività a volte bloccata dai ruoli, dai modelli che la società ci offre e ci impone sempre subdolamente; assediata dalle etichette e dai luoghi comuni che vanno ad affrancare per ognuno la propria identità. Per il grande psicoanalista, scrittore e accademico Aldo Carotenuto scomparso nel 2005, l’amore passionale vissuto in adolescenza, se ben elaborato, risulta essere un’esperienza fondante per il giovane: “Ed è la passione l’emozione dirompente che squarcia il nostro muro interno dell’inevitabile, dell’immobile, dell’esistere come elemento dato anziché come scoperta. La passione conduce l’individuo a esplorare le sue terre interiori, rimaste sopite e celate nell’oscurità, consentendogli di riemergere dalle tenebre per godere di luce nuova e irradiante”. (A. Carotenuto, “Il tempo delle emozioni”, ed. Bompiani, 2003). Ancora Carotenuto (1992): “Impadronirsi di una verità interiore, a dispetto delle critiche altrui, rende la vita densa di pericoli e di ostacoli da affrontare, dal momento che le inclinazioni soggettive cozzano contro l’incomprensibilità degli altri, e ciò può comportare una più affannosa ricerca del proprio posto al sole”.
La copertina del testo e le antiporte delle quattro parti furono opere realizzate da un giovanissimo artista allora ventiduenne, un pittore e un amico albanese: Eltjon Valle. Grazie Elty!



Dopo la pubblicazione nel 2005 del libro di Poesie “Frammenti cantabili” editato a Milano dalla Libreria Bocca, fui presente con una mia poesia nella cosiddetta AGENDA DEI POETI 2006, una pubblicazione annuale, giunta allora alla sedicesima edizione. In assoluto la più prestigiosa, diffusa e letta antologia poetica italiana. La poesia scelta fu “Magia di Matera”.
MAGIA DI MATERA
Matera è incantata
sento belare lievemente
e non si vede più
il campanile della cattedrale.
Notte di nebbia
Matera è incantata
Ma i sassi non riposano
i cani abbaiano poveri e stupiti.
Notte di nebbia
Matera è incantata
gli amanti di Levi
si abbracciano
si fondono
si scambiano baci.
Notte di nebbia
Matera è incantata
ecco i rintocchi vicini,
lontani
e quei cani incalliti
non smettono mai di latrare.
Un urlo spacca la notte,
un motore,
qualcuno se ne va altrove
e Matera ora dorme pacata.
La guardo
È struggente, dolce,
unica al mondo
Matera di notte
è Betlemme
magia arrampicata
nel tufo morbido e biondo.
Maria Grazia Carboni
Forte del privilegio poetico concessomi nel 2006, decisi, nel medesimo anno, di partecipare al 7° concorso di poesia dialettale “Armando Tami” patrocinato dal Comune di Villadossola, dalla Fondazione Tami e dalla Commissione cultura dell’amministrazione villadossolese. Non mi classificai tra i primi cinque ma mi divertii molto quando scrissi: UL RISOTT DA LA ME’ MAMA.
UL RISOTT DA LA ME MAMA
La me mama
la m’fa ul risott
e la m’dis:” Vegn mia tardi, mia n’bòtt!”
La me mama
la m’fa ul risott
e m’ricorda “…a mesdì n’punt
se no…u vegn lung!”
La me mama
La m’fa ul risott
e gmett: la nos muscaa e i fung
“ quei catà a Viganela
parchè i gan pusé bèla la capèla”
La me mama
la m’fa ul risott
ma l’è mai cuntenta…
“L’è fatt, l’è salà,
l’è trop cru, l’è trop coct…”
A mi quel risott um pias sempar:
cru, coct, salà e fatt!
Al faseva la me nona al Maiett,
l’à mparà a fal la so fiola cuma lei…
e mi che a sun studiaa
sun mia buna da fal cusì’
E alora a rivi da la me mama puntuala:
a mesdì!!
Maria Grazia CarboniIL RISOTTO DELLA MIA MAMMA
Mia mamma
mi cucina il risotto
e mi dice:” Non venire tardi, non all’una!”
Mia mamma
mi cucina il risotto
e mi ricorda:” A mezzogiorno in punto
altrimenti viene lungo!”
Mia mamma
mi cucina il risotto
e gli mette: la noce moscata e i funghi
“quelli raccolti a Viganella
perché hanno il cappello più bello”
Mia mamma
mi cucina il risotto
ma non è mai contenta
“è insipido, è salato,
è troppo crudo, è troppo cotto
A me quel risotto piace sempre:
crudo, cotto, salato e insipido!
Lo cucinava mia nonna al Maglietto,
ha imparato a cucinarlo sua figlia come lei
e io che ho studiato
non sono capace di cucinarlo così.
Allora arrivo da mia mamma puntuale:
a mezzogiorno!
(traduzione)
NOTE: nella trascrizione mancano alcuni accenti (assenti sulla tastiera del mio p.c.) altri potrebbero risultare errati. I termini dialettali li ho trascritti seguendo un sistema semplificato di grafia fonetica desunto dalle indicazioni del dialettologo Glauco Sanga pubblicato sulla rivista di dialettologia n°1, Bologna 1973 e usati in precedenza per le trascrizioni dei termini dialettali usati dagli informatori e dalle informatrici durante le interviste per la realizzazione della mia tesi di laurea in Storia delle tradizioni popolari. Ma ho imparato l’importanza della trascrizione dialettale proprio in questa occasione; ignoravo i crismi del dialetto originale arcaico di Villadossola. Nella stesura andai pertanto un po’ “ad orecchio” rammentando la cadenza di mia nonna che ci parlava spesse volte nel dialetto da lei praticato. Mia nonna materna era nata a Villadossola nel 1912. A quanto ho potuto capire dagli esperti, esiste una differenza sostanziale tra il dialetto di persone già ampiamente urbanizzate (la nonna lavorò da giovanissima come operaia in una fabbrica siderurgica) e quello originario come spiega bene il prof. Silvano Ragozza nel ponderoso testo (487 pagine!) di Felino e Adriano Sarazzi “Ul silabari”- Il sillabario ed. La pagina, 2009, cap.1-Grammatica-Il dialetto di Villa, pag.13: “ Il dialetto ha risentito, nel corso del Novecento, delle notevoli trasformazioni sociali ed economiche che hanno investito l’Italia, passata in pochi decenni da un’economia agricola, e per certi versi ancora arcaica, ad un’economia di tipo industriale. Villadossola ha risentito ancora più di altre località ossolane di queste trasformazioni. L’abbandono di antiche attività legate alla terra e all’allevamento a vantaggio di quelle industriali ha fatto dimenticare antiche consuetudini e la relativa terminologia. A questo bisogna aggiungere la massiccia immigrazione da altre regioni italiane ( numerose, come ben sanno i villadossolesi, sono le famiglie di ormai lontana origine romagnola). Tutto questo ha portato, se non all’abbandono, certo ad una trasformazione del dialetto locale. Una ricerca sul dialetto arcaico e sugli usi e costumi del passato ha il merito di fissare sulla carta, e di lasciare quindi ai posteri, materiale di grande interesse linguistico ed etnografico altrimenti destinato ad essere perduto per sempre.
Il dialetto di Villa, come quelli di tutto il VCO ( ad eccezione dei dialetti walser, che sono germanici), è di origine latina. Meglio ancora, è il latino che si parla in queste zone ininterrottamente da circa duemila anni, e che in tutto questo tempo si è trasformato, generazione dopo generazione, fino a diventare un linguaggio diverso da quello di partenza. Questo, ovviamente, vale per tutte le lingue e i dialetti derivanti dalla lingua di Roma.
Le parlate ossolane hanno inoltre la particolarità di essere varianti del dialetto lombardo, non di quello piemontese, con cui dimostrano tuttavia di avere alcuni tratti comuni”.
Questo magnifico testo prosegue con innumerevoli esemplificazioni (vocalismi, dittonghi, metafonie, lenizione, intervocalica ecc.). La parte più divertente e spassosa impreziosita da opportune illustrazioni, disegni, didascalie, schemi esemplificativi, spazia e si articola sulle ambientazioni, la casa, i servizi, le fabbriche, le attività, gli animali, le piante, le ricette fino al il corpo umano, i giochi, la guerra, il carnevale, i personaggi del paese. Un tomo rigoroso per le analisi linguistiche riportate e allo stesso tempo per l’ampiezza degli interventi e la restituzione di una briciola di mondo contadino sopravvissuta al cosiddetto progresso dell’era industriale. Tutti gli scritti sono accompagnati dalla traduzione in lingua italiana.
ALEGAR E GRAZIA!
Un altro cerino

“Un altro cerino” è la mia seconda pubblicazione cartacea del 2007. Un vero percorso a ritroso dentro la linea matriarcale della mia famiglia. Sono legata moltissimo alla figura di zia Maria, sorella di mia nonna di parte materna (già “Frammenti Cantabili” lo dedicai in primis a lei). Oggi parlerei di psico-genealogia e di costellazioni familiari, nel senso che ho saputo riconoscere e nobilitare le emozioni e i sentimenti intimi che questa prozia mi ha lasciato, sia nei ricordi indelebili dell’infanzia, sia in un suo diario che ho trascritto integralmente, fonte concreta del testo editato; andavo via via a scoprire, come in un viaggio eroico, i suoi sogni, le aspettative, i travagli, la forza d’animo che ella visse in quel periodo storico. Nata nel 1920 a Villadossola da una famiglia già numerosa e povera, seppe prendere in mano la propria vita, grazie alla sua tenacia e alla sua caparbietà, superando ostacoli di ogni genere. Dalle pagine del diario di Maria diciassettenne, racchiuse in un periodo che va dal 1937 al 1941, si evince in particolare la passione per la vita, per lo studio, per la professione di ostetrica che svolgerà dal 1942 al 1959. Il suo italiano da quinta elementare è “datato ma assolutamente corretto, espressivo e deciso” (“Un altro cerino” a cura di Danila Tassinari, Alternativa A, il Libro pag.17); pagine struggenti sulla figura della propria madre persa all’età di sei anni a causa di un aborto procurato da una mammana di paese. Tutto partì probabilmente da questo terribile fatto…capire, lavorare, studiare riscattarsi. Il libro è poi corredato da numerose foto di “cerini”; un cerino è infatti un nuovo bambino che viene alla luce! In aggiunta una ricerca sul tipo di nascite avvenute a Villadossola dal 1942 al 1975 e numerose foto d’epoca. Il volume è depositato presso l’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano e nella Biblioteca comunale dello stesso paese sede appunto dell’Archivio Diaristico Nazionale dal 1984.
Angelo, un amico libraio e grande appassionato di libri, presentò “Un altro cerino” alla Fabbrica di Carta edizione 2007.
Questa è la trascrizione del suo puntuale e toccante intervento.
“Buonasera a tutti.
Prima di ogni altra parola mi presento, mi chiamo Monte Angelo e sono un libraio, uno che i libri oltre a leggerli li vende pure, nonché amico di Maria Grazia che ringrazio per avermi chiesto di affiancarla, spero bene, in questa serata. Devo confessare subito che fino a poche ore fa ero indeciso di come parlarvi di questo libro, primo perché molte sarebbero le cose da dire, gli spunti offerti dalla sua lettura sono molteplici, così come i livelli di lettura o le interpretazioni che si possono dare, a torto o a ragione, alle parole di Maria; in secondo luogo non ho mai presentato un libro in vita mia, se non introducendo altri che in quel momento si trovavano dove io sono ora, nella mia stessa posizione e senza dubbio più preparati di me e quindi…la paura di non trovare le giuste parole mi stava dominando.
È svanita nel momento stesso in cui, improvvisamente un vento si è alzato nella mia testa e la nebbia che avvolgeva i miei pensieri si è diradata indicandomi la soluzione…parlare del diario di Maria Moia e di quello che mi ha fatto pensare attraverso ciò che conosco meglio di tutti, i libri e la letteratura e lasciare ad altri, più competenti di me, gli aspetti adolescenziali e psicologici.
Pensare innanzitutto quanto sia importante scrivere e fermare sul foglio i propri pensieri, le proprie emozioni, gioie, esperienze, tristezze e tutto quello che può capitare durante la vita o anche solo per un breve periodo di essa, come nel caso di Maria o di altri diari che scritti nel passato, hanno avuto la fortuna di essere pubblicati ed arrivare fino ad oggi e che hanno trovato sulla loro strada quelli che io chiamo “gli archeologi della memoria”. Maria Grazia ha il pregio di appartenere a questa categoria, coloro che scavano e recuperano nel passato, nelle soffitte, nei bauli e ovunque possa esserci un reperto, un libro, un diario come questo e fanno di tutto perché venga riportato a nuova vita.
In questi giorni ho ripreso in mano il diario di Anna Frank (peraltro anche citato da Maria Grazia nella sua introduzione) e vi ho trovato una curiosità che accomuna il suo scritto a quello di Maria, ovviamente sempre tenendo in considerazione i presupposti e gli epiloghi diversi dell’uno e dell’altro, uno tragico e l’altro no; entrambe pensavano, scrivendolo, che nessun altro potesse leggere le loro parole: Anna Frank 20 giugno 1942 “non ho affatto intenzione di far leggere ad altri questo quaderno rilegato di cartone” mentre Maria Moia da Omegna il 12 aprile 1937: “Omegna…strano vero…ma come mai? Sembra vorrebbe chiedermi chi un giorno dovesse leggere questo mio povero e meschino diario (fortuna che nessuno lo leggerà)”.
I diari sono segreti, questa è la regola, se vi chiedessi di leggere le pagine più intime dei vostri, sempre che ne teniate uno, lo fareste? Credo di no, almeno la maggior parte di voi direbbe di no.
Questo oggi, ma immaginiamo che, passati gli anni, i vostri scritti deposti e dimenticati in qualche scaffale, soffitta o baule che sia, qualcuno, dopo decenni, come nel caso di Maria Grazia, decida di rovistarvi dentro e vi trovi dei quaderni ingialliti dal tempo e dalla polvere, a volte anche illeggibili…inizi a sfogliarli e a pensare che quei diari possano diventare un libro, perché nel frattempo la memoria di chi li ha scritti è divenuta storia…non più solo personale di Anna Frank o di una giovane ragazza diciassettenne di Villadossola, ma la nostra Storia. Il tempo, gli eventi, hanno trasformato le loro pagine in qualcosa di utile a tutti noi, che oggi leggiamo per capire il passato cercando di migliorare il futuro.
Ora vi voglio leggere queste poche frasi scritte da Maria Pagliara, curatrice del bel libro di Carlo Levi “Le tracce della memoria” edito da Donzelli; spiegano molto bene che cosa sia il recupero della memoria del passato.
“ Nel viaggio che la memoria compie per recuperare il passato, la considerazione indugia non sulla superficie del mondo degli oggetti che lo abitano, ma va alle profondità del tempo interiore. La memoria, dunque, come un modo per risalire alle immagini dimenticate e sepolte dal tempo, è riscoperta di emozioni, di sensazioni. Riscoperta che si configura come forza, in quanto l’esistenza non può ridursi a semplice successione di impressioni e di avvenimenti irrelati tra loro, senza alcun significato. La mancanza di memoria è proprio questo, riduzione di una vita a serie di momenti non più legati fra di loro. Dimenticare vuol dire essere incapaci di stabilire qualsiasi rapporto tra passato e presente, e quindi impossibilitati a confermare un’identità”.
E subito a seguire aggiungerei alcune parole dall’introduzione di Maria Grazia ne “Un altro cerino”:
“ Ho voluto condividere, oggi, questo frammento di storia familiare per interrogarlo, rivisitarlo e salvaguardarlo, in quanto ritengo possa costituire una preziosa opportunità educativa. Credo infatti che questa testimonianza contribuisca, da un lato, alla costruzione di un’identità e di una memoria condivise del nostro paese e dall’altro, a mantenere vivi il ricordo e la lezione di vita legati alla pregnante personalità di una donna, per me speciale, come zia Maria”.
“La costruzione di un’identità nella condivisione di un frammento di storia familiare”…ho ripensato a queste parole per un fatto curioso accaduto mentre leggevo a pagina trentadue le parole di Maria del 5 marzo 1937, aprendo una breve ma significativa parentesi sugli strani percorsi e coincidenze cui la memoria può, inconsapevolmente e magicamente condurre, e incrociarsi con quella mia personale perché, scorrendo i bellissimi pensieri di Maria in “Notte stellata” pensavo che in quello stesso giorno, in quelle stesse ore, a mille e oltre chilometri di distanza, in un piccolo e sperduto paese di Calabria, nasceva mio padre, Giovanni.
Non ho mai pensato a questo momento prima d’ora se non leggendo questo libro, e il sapere che quella notte calda e profumata, che quel cielo stellato che Maria descrive così bene, che dipinge così chiaramente, sia la stessa notte, siano le stesse stelle, la stessa luna che accoglievano al mondo mio padre; ecco, ho trovato in questa pagina un filo esile ma continuo che unisce la memoria di Maria a quella mia personale e che rende questo libro più mio di quanto non pensassi potesse accadere prima di leggerlo…spero che anche voi possiate trovare il filo che vi unirà ad esso.
Grazie”.
Angelo Monte lavora attualmente alla Libreria Locarnese in piazza Grande a Locarno, in Svizzera.
Di seguito potete trovare 12 audio che riproducono la lettura integrale del libro da me eseguita. Buon ascolto!



Quattro zampe, un tartufo e noi

“Quattro zampe, un tartufo e noi”. Nel 2010 pubblico questo testo, editato in proprio e scaturito da un’urgenza, quella di scrivere la storia di un piccolo amico a quattro zampe, Willy. Amo il cane, questo “animale non umano” da sempre! La sua presenza mi rasserena, mi dà gioia; lo trovo buffo e dolce, spontaneo, accogliente. Franco Del Moro fondatore della rivista Ellin Selae e dell’omonima casa editrice sostiene che il suo cane Emily ha saputo insegnargli: “L’arte dell’ascolto, dell’attenzione e del silenzio, prima della parola”. (Franco Del Moro, “L’arte della narrazione”, Ellin Selae, 2003). Consapevolizzati questi sentimenti capisco che voglio testimoniare anche questa esperienza. Il testo ha dunque due piani di lettura: il primo giocoso, ironico e divertente che vede coinvolti anche diversi amici cinofili: un veterinario, un biologo, una bimba, figlia di cari amici e Andrea il mio compagno di vita. Il secondo piano di lettura, contenuto in particolare nelle note e nel settimo capitolo è, viceversa, molto serio; parlo di etologia nonché dei problemi ecologici legati, ad esempio, alla diminuzione delle specie causata da un grande modificatore dell’ambiente: l’uomo. Provo ad articolare argomenti quali gli studi comparati, quelli di neurobiologia, ma allo stesso tempo narro di santi protettori e di Terapia assistita con l’animale o pet-therapy che dir si voglia. Questa volta le antiporte dei nove capitoli sono mie poesie inedite ad hoc: Umanimale (un neologismo ibrido!) Contemplazione, Genestredo, Il carro, Lo svasso, Sabbatico, Morte di un’anima verde, Ippocastano, Sublime e per stare in ottima compagnia una poesia del grande Tonino Guerra. Queste poesie faranno parte della mia nuova raccolta “Eudaimonia”. Il testo si conclude con un appello: ANIMALIZZIAMOCI! Ho voluto corredarlo di fotografie di cani amici, ma altresì di gatti e criceti (russi e nani). Tutte da godere le biografie/autobiografie (non autorizzate) dell’autrice, del curatore, del prefatore e dell’introduttore!!
Sull’onda magica della passione “umanimale” frequento una formazione e ottengo il diploma in Mediatore relazionale in AAA/TAA/EAA pet-therapy a Ferrara. Ne scaturirà nel 2013 il progetto “Quattro zampe e un tartufo per amico” coordinato da me, con la presenza di due educatori, Andrea e Alice e di un addestratore cinofilo, Otello, presso il Centro Diurno per disabili di Pieve Vergonte. Dacia, il mio cane di allora, fu la vera protagonista di quella esperienza unica che vide coinvolti tre ragazzi del centro Monica, Mario, Valeria, e naturalmente alcuni dei loro specialissimi operatori tra i quali ricordo con affetto Livia e il suo sorriso sempre pronto per essere donato.
