Psicopedagogia

“Occorre rifondare un’etica di cura del mondo, di rallentamento dei gesti, di attenzione per il particolare, di apprendimento di abilità minime e soprattutto di opposizione alla debordante massa di aggeggi inutili e dispendiosi che il marketing del nulla contemporaneo ci impone, rendendoci dipendenti, impotenti e idioti. Mi pare un imperativo assoluto per l’educazione che può e deve condurre i più piccoli a riconoscere, amare, curare ciò che ancora resta e deve resistere della stoffa del mondo”

Paolo Mottana

Rivista “Terra Nuova” del Maggio 2018

Mi sento di condividere appieno questa posizione. Sono stata insegnante di scuola dell’infanzia per sedici anni e psicopedagogista in un istituto comprensivo. L’educazione è una “matassa intricata” e uso a proposito un’espressione tratta dal titolo di un testo del 1980, editore Paravia, di Remo Fornaca mio docente di pedagogia, ordinario e direttore dell’Istituto di Pedagogia della facoltà di Magistero dell’Università di Torino. Sì, una matassa intricata fatta di fenomeni educativi, di modelli pedagogici e scolastici, di leggi, di problemi inerenti al diritto all’educazione, di aspetti assistenziali, di processi conoscitivi, di cultura, di curricoli, di obiettivi, di valutazione, di emarginazione sociale, di salute, di giustizia. Tutto questo ha un’influenza enorme sul bambino, sulla bambina. Un condizionamento precoce e continuo che parte dalla famiglia e prosegue con l’istituzione scolastica e la religione.

Leggo un’intervista ad Alberto Moravia al quale si chiede come fu possibile che “Gli indifferenti” precedettero di più di un decennio sia “Lo straniero” di Camus che “La nausea” di Sartre. Risposta del grande scrittore ed intellettuale: “Loro sono andati a scuola e io no”. Ah ecco!! Straordinario! Completo l’idea di Moravia sulla scuola perché davvero provocatoria ed interessante: “Elementari per la propedeutica indispensabile. Poi gli direi (ad un figlio ipotetico n.d.r.): ora tu hai dieci anni, se continuassi ad andare a scuola non combineresti niente di buono. In questi otto anni ti propongo di studiare solo cose che ti piacciono: letteratura, arte, matematica, quello che vuoi. Tutto facoltativo. Poi mi piacerebbe che tu andassi per due mesi in fabbrica; e per altri due mesi vivessi in una casa di contadini, organizzando la tua giornata esattamente come loro: alzandoti alla stessa ora, facendo gli stessi lavori. Vorrei inoltre che mio figlio imparasse una lingua straniera, o due, oltre alla propria. Alla fine, potrebbe andare all’università e scegliere la facoltà che gli conviene” (Alberto Moravia “Intervista sullo scrittore scomodo” a cura di Nello Ajello, Editori Laterza,1978). Di quegli anni fecondi di progetti e collaborazioni ma purtroppo anche di mera burocrazia, di psicopatologie diffuse tra insegnanti, operatori e genitori, di riunioni inutili e di campanilismi dirigenziali, voglio ricordare in questa sede, solamente quelle che definii e raccolsi come le “Frasi celebri” cioè battute spontanee di alunni e alunne di tre, quattro, cinque anni: un’età ancora abbastanza libera, fantasiosa, gioiosa, capace di volare oltre i cliché…

Frasi celebri


CONSIGLI UTILI
Lorenzo (3 anni) alla maestra Rosy la quale si prepara per andarsene alla fine del suo turno di lavoro: “Ciao maestra, però torna presto!” Lo stesso alla medesima insegnante: “Ciao maestra, mi raccomando…mangia bene!”


COMPETENZE ETOLOGICHE
Riccardo (4 anni) alla maestra Maria Grazia che sta parlando di animali e invita i suoi piccoli alunni a raccontare le loro esperienze sui cani, i gatti, gli uccellini…: “maestra, io a Villa Pallavicino ho visto la Gru della Manciuria!!”


ACCRESCITIVI
La maestra Laura durante il pranzo in mensa si sporca con il budino al cioccolato e Simone (4 anni) esclama: ”maestra, anche tu devi portare un…bavaglione!!”

FISIOLOGIA O DOMOTICA?
Youness (4 anni) ha due “candele” di muco lunghe circa dieci centimetri che gli stanno rovinosamente colando dalle narici…Un’insegnante gli chiede da dove escano e lui risponde sicuro: “Dalle finestre della faccia maestra!!”

ANALOGIE
La maestra Maria Grazia oggi indossa una collana tonda di legno e argento beduino. Simone (4 anni) la osserva e prontamente esclama con entusiasmo: “maestra Maria Grazia, ma oggi la tua collana sembra…un Ringo!!” (noto biscotto rotondeggiante con una parte scura al cioccolato).
Oggi il menù della mensa cucinato da un’ottima cuoca prevede pollo in umido; non tutte le parti scodellate in ciascun piatto dei bambini e delle bambine sono le aspirate cosce, più facili da manipolare e da addentare. Qualcuno (anonimo) sussurra: “Ma questo pollo non ha…il bastone!!”

NEOLOGISMI
Beatrice (4 anni) si avvicina alla maestra per farsi riallacciare un piccolo orologio da polso e le dice con estrema serietà: “Sai maestra, l’ho tolto per lavarmi le mani; questo orologio non è…“acquatico!”

ALFABETIERE
La maestra Rosy chiede ai bambini: “Ditemi una parola che inizia con la lettera…”B”. Giovanni (5anni) immediatamente risponde: “bi…bi…bi…Spremuta!!”

TEORIE E PRATICA
Oggi a scuola si parla dell’elemento “aria” e di tutte le sue incredibili caratteristiche. Lorenzo (3anni) esordisce con estrema sicurezza: “L’aria a volte esce anche dal sedere”.

W LA BANDA: suoni rumori e tanto altro…
Progetto musica di base. “Che cos’è un’orchestra?” chiede la maestra Maria Grazia. Risposte: “gli strumenti”…“la musica”…”la banda” esclama Elisa. E Lorenzo aggiunge: “Ieri a Bracchio l’ho sentita…ma sono scappato dal rumore che faceva!!”
Poco dopo su questo argomento qualcuno esclama: “Lorenzo è un vero casinista!”. Eleonora aggiunge: “Allora da grande farà il musicista!!”


ETA’ INGRATA
Di fronte alla crisi di pianto di Lorenzo di tre anni, il suo omonimo e coetaneo dice sconsolato: “Che roba questi bambini piccoli…piangono sempre…”

UN PESCE FREDDOLOSO
La maestra aiuta Erica (5 anni) a mangiare il pesce, previsto nel menù odierno, imboccandola con piccoli pezzi; la bambina ad un certo punto la interrompe esclamando seria e preoccupata: “Aspetta maestra che ho la pelliccia del pesce ancora in bocca!”

PLURIPATOLOGIA
“Che cosa hai avuto?” domanda la maestra a Beatrice che è stata assente per qualche giorno da scuola. Beatrice sconsolata risponde:” Una volta ho rimesso…una volta…cacca molle…una volta..!!!!”

MODI DI DIRE
Durante la merenda la maestra Laura dice ai bambini: “Oggi, bambini, daremo anche due patatine…”. Lorenzo esclama preoccupato: “Maestra, “in un certo senso”, darete due patatine.”

TRASFORMISMI AL FEMMINILE
Elisa (3 anni) gioca nell’angolo dei travestimenti con i suoi amici…: “Tu fai la zia. Tu fai la mamma e io…faccio la gatta!!”

UFFICIO RECLAMI
Lorenzo arriva trafelato dalla maestra Maria Grazia: “maestra, Giovanni mi ha parlato con un bruttissimo tono!!” “Com’era questo tono?” chiede la maestra: “Quasi da…aeroplano!” risponde deciso Lorenzo.

Il Luogo

Dopo essermi iscritta all’Albo professionale dei Pedagogisti nel 1999 e diplomatami nel 2000 in Naturopatia mi “faccio le ossa” come libera professionista quale consulente pedagogico (dagli 0 ai 99 anni!) in ottica naturopatica, presso IL LUOGO – Centro Studi e Ricerche nell’area della malattia e del disagio” (grazie alla cooperativa Insieme di Verbania attiva da molti anni sul territorio e successivamente assorbita da Anteo di Biella). Il Luogo fu un progetto estremamente interessante. Costituito da dodici donne, professioniste nel campo educativo e psicologico-sociale, decidemmo dopo oltre un anno di formazione comune sulla terapia analitica e i cosiddetti “modelli della mente”,  di  costituire un gruppo che offrisse al pubblico un servizio consultoriale di ascolto e sostegno, con possibilità di percorsi terapeutici personalizzati.

Voglio usare le parole di Claudia Barbieri, allora laureanda per il corso di laurea specialistica in programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali (modulo di comunicazione interculturale), la quale fece un egregio lavoro di osservazione/condivisione di questo particolare gruppo di lavoratrici in quanto ritenne fosse:” dotato di una propria cultura, di valori, comportamenti e linguaggi condivisi e appresi, sia nella vita personale e professionale di ciascuna, sia nel coordinamento dell’esperienza comune. Considero la loro prospettiva particolarmente interessante ed originale…(…). Tra i valori condivisi dai membri del gruppo sono emersi principalmente: la dignità della persona e in particolare della persona portatrice di disagio e di malattia; l’importanza dell’ascolto empatico per poter “sentire” i problemi; il benessere come finalità principale, inteso  come equilibrio dell’essere umano in tutte le sue dimensioni; il valore della conoscenza e l’importanza di una ricerca continua del sapere; il valore dell’eclettismo culturale, contrapposto a tutte le forme di ortodossia e di rigidità nel seguire i dettami di una scuola di pensiero (counseling multiplo n.d.r.). “Il coordinamento dell’esperienza, realizzatosi nel periodo della formazione e poi nel gestire e organizzare i modi del lavorare insieme, ha portato i membri del gruppo ad avere una comune percezione della realtà. Come emerso dalle interviste, la visione olistica dell’uomo, contrapposta alla scissione e allo specialismo tipici della medicina occidentale moderna, è il fulcro introno a cui è organizzato ogni intervento delle terapeute e la base da cui partire per comprendere i disagi portati dalle persone; l’essere umano deve essere percepito in tutte le sue dimensioni, quella fisica e quella psichica, quella emozionale, quella spirituale; la malattia è un linguaggio che vuol essere ascoltato e interpretato a tutti questi livelli, non soltanto limitandosi all’evidenza puramente fisiologica o funzionale. (…) La malattia dunque è percepita come espressione e allo stesso tempo causa di sofferenza, ma anche come scelta e destino della persona, sempre e comunque modificabile, non tanto grazie ad un intervento esterno, quanto grazie allo sperimentare nuovi modi di relazione con sé e con gli altri, attraverso l’apprendimento, l’autoconsapevolezza, l’attivazione di risorse che proprio la sofferenza può farci scoprire. In questa prospettiva l’essere terapeute significa, per queste donne, sperimentare l’ascolto empatico con chi esprime una sofferenza, proponendo una relazione che aiuti l’altro a scoprire e attivare le proprie risorse personali. Una percezione collettiva c’è anche, a mio parere, rispetto ai bisogni rilevati sul territorio: la richiesta di aiuto che viene maggiormente colta è quella proveniente da bambini e adolescenti spesso iperattivi, con disturbi dell’attenzione e dell’apprendimento, portatori di disagi relazionali profondi che si esprimono spesso con disturbi dell’alimentazione o malattie della pelle e della respirazione. (…).

Per quanto riguarda gli stili cognitivi del gruppo, ho potuto osservare una tendenza come all’eclettismo e all’apertura culturale, nel considerare gli apporti di scuole di pensiero molto diverse tra loro e anche stili di cura normalmente considerati al di fuori dell’ambito scientifico: le terapeute si sono formate, oltre che sulla storia del pensiero occidentale in campo psicanalitico, anche sulle medicine naturali, sulla cultura sciamanica, sulla simbologia delle religioni e in generale cercano di cogliere gli elementi positivi di ogni disciplina che abbia per oggetto e fine principale l’uomo e il suo benessere. Una delle finalità dichiarate da tutte le intervistate è proprio quella di superare ogni tipo di ortodossia, intesa come fedeltà assoluta ad un’unica scuola di pensiero.  Strettamente collegata a questa è un’altra finalità espressa dai membri del gruppo: quella della formazione continua e della divulgazione scientifica delle tematiche inerenti l’educazione al benessere. Cito le parole di una terapeuta intervistata- è uno stile di pensiro che viene messo in circolo da persone che desiderano capire qualcosa di questo “essere al mondo”. La dimensione simbolica, in base alle mie osservazioni, riguarda essenzialmente il linguaggio condiviso, retaggio culturale di una formazione continua (linguaggio pedagogico-pscoanalitico) e il linguaggio creato dal gruppo nel condividere l’esperienza:  ad esempio, la terapeuta che ha il primo colloquio con il cliente viene definita “ornitorinco”, perché deve possedere una capacità speciale di sentire le persone con tutti i propri sensi, come questo singolare animale. Anche il nome IL LUOGO è un simbolo: il gruppo ha voluto infatti creare un luogo dove le persone possano trovare ascolto ed empatia, sperimentare relazioni e condividere risorse in un contesto non medicalizzato o psicologizzato. Gli spazi utilizzati sono infatti quelli di un appartamento, arredato con semplicità e attenzione, ambienti funzionali e sufficientemente flessibili rispetto all’utilizzo che viene fatto delle diverse stanze (colloqui personali o di gruppo, psicomotricità, riunioni etc…). Della dimensione simbolica a mio parere fanno parte anche gli oggetti, l’arredamento, i colori e i materiali usati, naturali e bio-compatibili, per scegliere i quali tutte le terapeute si sono potute esprimere, decidendo insieme. I colori dominanti sono l’azzurro, il panna e il legno naturale (nella stanza della psicomotricità sono molti di più); sugli scaffali si notano molti libri; giochi e materiali per bambini sono visibili e a portata di mano.

Lo stile comunicativo delle terapeute del Luogo è principalmente di tipo circolare; l’alto contesto è connaturato al tipo di relazioni e di interventi che vengono messi in atto e che necessitano di un setting particolare e accuratamente predisposto, come del resto è possibile riscontrare dalle caratteristiche degli ambienti descritti sopra. Ho riscontrato che molta importanza viene data al linguaggio corporeo: alcune terapeute sono specializzate in psicomotricità e con i bambini è proprio questo il tipo di intervento più richiesto. Una rilevanza particolare deve essere data dal fatto che il gruppo è composto esclusivamente da donne, anche se non per una scelta esplicita: nonostante l’apertura ad eventuali interventi maschili, la cultura di genere in questo contesto riveste un ruolo fondamentale su cui le terapeute stanno facendo anche una riflessione teorica (sulle potenzialità e peculiarità della cura al femminile nel nostro territorio). Anche l’utenza è composta totalmente da donne e bambini: gli unici uomini sono arrivati in veste di padri.

Per concludere utilizzando le categorie di Hofstede, definirei la cultura di questo particolare gruppo, in base alle informazioni che ho potuto raccogliere, come caratterizzata da una bassa distanza gerarchica ( la credibilità individuale delle terapeute è considerata più importante dei titoli accademici posseduti), da un’enfasi inter-individuale nelle relazioni e dalla propensione per un basso controllo dell’incertezza, connotata da un forte relativismo culturale e dal valore attribuito a uno stile di pensiero divergente”. Come psicopedagogista e naturopata mi occupo dunque di informare e sostenere le persone che a me si rivolgono, su un cammino graduale di consapevolezza atto a osservare, conoscere e infine gestire al meglio il proprio unico, singolare equilibrio psico-fisico-emozionale, indicando i comportamenti più idonei e individualizzati, fornendone le motivazioni olistiche. Proposte e strumenti sono ad esempio: la scheda anamnestico- naturopatica personalizzata avente il fine di indagare preliminarmente i bisogni individuali intesi come salute integrale e gli eventuali modelli familiari condizionanti sottostanti; un’approfondita indagine sulle abitudini alimentari e la proposta di un piano di riequilibrio e mantenimento; varie tecniche di comunicazione: di autostima, di ricerca del proprio talento; di consapevolezza del proprio Vero Sé.

Un ringraziamento affettuoso va in particolare a Nadia, a Nelda, a Maddalena, ad Angela, a Nicoletta e a Roberta, per aver condiviso quel periodo fecondo: un vero gineceo di idee, ancora e sempre un LUOGO di donne tenaci, accoglienti e vitali. Uniche. Grazie.