e… Medicina Integrata
Non dovresti curare gli occhi senza curare il corpo.
Da un dialogo di Platone con l’amico Carmide
Così anche non dovresti curare il corpo senza curare
l’anima.
Questo è il motivo per cui la cura di molte malattie
è sconosciuta ai medici,
perché sono ignoranti nei confronti del Tutto,
che anch’esso dovrebbe essere studiato,
dal momento che una parte specifica del corpo
non potrà star bene a meno che non stia bene il Tutto

Mi diplomo Naturopata presso l’Istituto Riza di medicina psicosomatica di Milano nell’anno accademico 2000-2001 con Master in medicina ayurvedica e massaggio ayurvedico nel 2003.
Ma è da parecchi anni che sono alla ricerca di un approccio, oggi direi, non-dualistico all’uomo, al suo corpo, alla sua mente, alle sue emozioni.
Sul comodino di zia Maria (vedi sezione pubblicazioni alla voce “Un altro cerino”) campeggiava dagli anni ’70 il tomo “Il malato psicosomatico. Teoria e terapia” di Luban-Plozza e Poldinger editore Cappelli; dedica personale a mia zia e introduzione in cui viene scritto che gli autori “sottolineano la necessità che il medico si metta in una posizione di attento ascolto di fronte al malato senza aggredirlo con una serie di domande precise tipo questionario, come spesso finisce per essere l’anamnesi” e ancora “il medico, agendo come uno specchio, ha solo il compito di aiutare il paziente a capirsi meglio”. Gli autori mettono poi in luce la situazione che si è venuta a creare in seguito allo sviluppo sempre più grande del sistema mutualistico e delle organizzazioni sanitarie dei diversi paesi, che hanno portato a sminuire la responsabilità del medico verso il proprio paziente, burocratizzando tale rapporto. E siamo all’interno di una pubblicazione del 1972.

Il testo “Malattia e destino – il valore e il messaggio della malattia”, di T. Dethlefsen, psicologo e R. Dahlke, medico, fu uno di quei “fari” scritti che segnarono il passaggio di visione. “Malattia linguaggio dell’anima -significato e interpretazione delle malattie” sempre di Dahlke, la necessaria prosecuzione. E in seguito “Crisi personale e crescita interiore – seguire il giusto cammino evolutivo evita squilibri e malattie”, ancora di Dahlke; “Il destino come scelta – psicologia esoterica” di Dethlefsen. Poi ci stanno letture onnivore a partire da quelle anarchico-altermondiste di Ivan Illich scrittore, storico, pedagogista e filosofo.
Anche i testi della cosiddetta nuova medicina germanica e l’approccio del dott. Ryke Geerd Hamer (1935-2017) hanno avuto un rilevante peso nel cammino del mio “risveglio salutare”. Osannato dai malati, osteggiato all’inverosimile dall’Ordine dei Medici, il dottor Hamer collezionò lauree ad honorem in medicina in certi Paesi, e processi in altri. Oncologo, ricercatore, le sue casistiche di guarigione delle malattie degenerative sono articolate e puntuali ma tendono a far vacillare l’edificio delle medicina ufficiale e urtano gli interessi delle holding farmaceutiche. L’eccezionale, a mio parare, scoperta delle cinque Leggi Biologiche, ha dato luogo a un crescente movimento di medici e pazienti che si occupano di salute con modalità differenti; grazie alle intuizioni del dott. Hamer, legate anche all’evoluzionismo di Darwin, la causa e il senso biologico delle malattie, dal raffreddore al tumore, si illuminano di nuova luce. Psiche e corpo, da sempre considerate due entità separate dalla Medicina, ritrovano finalmente la loro integrazione e unità nell’essere umano. Inevitabile una sorta di capovolgimento della metodologia classica della scienza medica. Come può essere che una grave malattia come il cancro sia il tentativo del cervello di “riparare” e quindi guarire un trauma subito? E che basti individuare il trauma e scomporlo perché il cervello receda dalla sua azione riparatrice, arrestando la proliferazione delle cellule cancerose? E come è possibile individuare rapidamente questo cosiddetto “trauma”?
Il pensiero corre puntuale al prof. Di Bella (1912-2003) siciliano di nascita, modenese di adozione, il quale studiò una cura alternativa detta “multi trattamento” per alcuni tipi di tumori. Tre lauree, medicina, chimica e farmacia con docenze in fisiologia umana e chimica biologica: un uomo antico, lasciato solo, inascoltato e spesso osteggiato dalle istituzioni scientifiche, soprattutto italiane. Pulizia morale e sacrificio personale, questo il suo stile (visite sempre gratuite). Una vita passata in laboratorio e dedicata all’umanità sofferente e volta a decifrare i misteri della scienza nel tentativo di trovare una via alternativa alla chemioterapia. Perché dunque un metodo di cura, un protocollo alternativo a quello ufficialmente adottato, il chemioterapico, attuato attraverso la somministrazione di sostanze ampiamente usate in tutto il mondo e ovviamente approvate dal Ministero della Sanità fu con caparbietà ignorato o addirittura boicottato? Diecimila casi di pazienti in vent’anni di attività catalogati e informatizzati dai suoi collaboratori; risultati spesso eccellenti, straordinari quando si parla di cancro, vissuti, scrive Giovanni De Carlo “senza clamori, senza dichiarazioni trionfali, in perfetta sintonia con il costume di uno scienziato schivo, che ha sperimentato migliaia di volte (già nel ’73, al convegno della Società Medico Chirurgica di Bologna, Domenico Campanacci, clinico di fama internazionale, sottolineava questa enorme mole di lavoro), di ricerche appassionate, senza aiuti, senza finanziamenti esterni, addirittura avversato dalla medicina convenzionale, dalle multinazionali della ricerca scientifica, dagli oncologi, dal Consiglio Superiore della Sanità”.

Fu nel 1997 che sfidò l’oncologia con la sua cura a base di somatostatina; già nel 1998 però il metodo Di Bella è giudicato inefficace; l’équipe di medici (327) e biologi che lo seguì e lo aiutò riuscirà nel tempo a mantenere rapporti di collaborazione con studiosi italiani e svizzeri (in Svizzera è stato creato un centro di ricerca che porta il suo nome). Il figlio ha raccolto il suo testamento spirituale: “Papà ha avuto tanti nemici e ha sofferto moltissimo perché l’hanno ostacolato in tutti i modi. Hanno cominciato appena capito che aveva capacità enormi, una cultura prodigiosa e soprattutto volontà di ferro”. (Corriere della Sera, mercoledì 2 luglio 2003)
Non posso inoltre dimenticare nella mia formazione i testi di omeopatia, di medicina ayurvedica così come quelli di riflessologia o di bioenergetica, di training autogeno, di digitopressione, di medicina orto molecolare, di urino terapia (!) o di medicina tradizionale cinese nonché di dentosofia.
Alcuni di questi approcci di tradizione millenaria, nel senso pre-ippocratico vengono a tutt’oggi, definiti via via: medicine “alternative”; a volte “complementari” ma in senso riduttivo quando non dispregiativo e sempre in opposizione alla medicina allopatica, cioè ufficiale, istituzionale.
Per quanto riguarda la mia esperienza diretta come “paziente”, in mezzo a tutto questo, ci stanno alcuni errori diagnostici subiti in prima persona, nel senso “sulla mia pelle” con interventi clinici risultati inappropriati quando non nocivi.

Ma veniamo alla cosiddetta psicosomatica. Accanto alle correnti dualistiche che hanno costantemente separato lo spirito dalla materia, si è sempre affiancata la scuola ermetica, in particolare, di cui l’alchimia è un ramo operativo. Questa corrente di pensiero esiste almeno dalla metà del primo millennio prima di Cristo. Successivamente saranno pensatori legati alla filosofia, all’ermeneutica e recentemente, ancora una volta, alla psicoanalisi: Groddeck nacque nel 1866 e scrisse il suo “Il libro dell’Es”, ritenuto uno dei capisaldi della medicina psicosomatica, nel 1923. Georg Walther Groddeck nacque in Germania e si laureò in medicina nel 1889; abbracciò presto le teorie della psicoanalisi che applicò alla sua professione di medico. Fu anche uno scrittore di straordinaria forza comunicativa. Groddeck si muove con libertà, acume, fantasia nel mondo dei simbolismi e delle rappresentazioni inconsce, svelando le motivazioni psicologiche delle malattie organiche e delle nevrosi dell’uomo, smascherando inutili tabù e gettando un ponte significativo tra anima e corpo.
Edward Bach fu un medico omeopata inglese che negli anni Trenta elaborò la cosiddetta “floriterapia” una cura per ristabilire l’equilibrio e l’armonia tra corpo e mente ed eliminare i disturbi e le malattie che spesso si accompagnano agli squilibri psicofisic,i con l’aiuto dei fiori. Un pioniere della medicina vibrazionale.
Il punto di vista del dottor Bach attinge in particolare alla corrente “spiritualistica” del pensare medico. Da microbiologo divenne omeopata e in seguito pioniere della floriterapia, ancora oggi praticata. Nel giro di pochi anni E. Bach pubblica tra il 1931 e il 1932 il contenuto delle sue meditazioni sulle tematiche di interesse centrale per ogni medico: salute, malattia e guarigione. “Libera te stesso”, “Guarisci te stesso” “Voi soffrite a causa vostra” (furono tradotti in italiano per la prima volta sessantatré anni dopo) i testi principali.
“La salute è la nostra eredità, il nostro diritto, è la completa e piena unione fra Spirito, Anima e Corpo, e questo non è un ideale arduo e irraggiungibile, ma è talmente semplice e naturale che parecchi di noi l’hanno trascurato”.
Edward Bach
Naturalmente si rifà alle teorie del dottor Hahnemann, fondatore dell’omeopatia, ma nel presentare le sue riflessioni mediche cita i precursori storici a cui intende idealmente ricongiungersi: Ippocrate, i medici buddisti, Paracelso e infine il Cristo ritenuto “mediatore tra la nostra personalità e la nostra Anima”.

Fra tutte le medicine naturali, l’uso dei fiori di Bach è quello che mi trova a tutt’oggi in completa sintonia. Sempre più spesso accanto alla domanda di certezze diagnostiche e terapeutiche come si dice, altamente tecnologiche, sta emergendo il bisogno, in particolare in ambito psicologico, di una ricerca personale, di una domanda esistenziale, atta a portare consapevolezza sulle proprie dinamiche interiori, al fine di ricercare modi più funzionali di vivere nel mondo. I rimedi di Bach mirano infatti a curare non i sintomi, bensì gli atteggiamenti disfunzionali che stanno alla loro base. Scegliere un Rimedio è un lavoro sulla “biografia” della persona sofferente; è un’operazione di ricerca sulle sue modalità di funzionamento affettivo-emotivo. Superato l’impatto ottocentesco del Bach medico spiritualista, si intravvede che sotto la teoria da lui proposta, esiste un processo atto a portare l’individuo al proprio centro, al proprio Sé, avvicinandoci in tal modo, al concetto junghiano di processo d’individuazione. A questo punto il Rimedio funge da mediatore nella relazione e da veicolo di informazioni sulla salute psico-fisica-emozionale.
In un fantastico libro “I Rimedi di Bach nella pratica clinica” (editore Bollati Boringhieri, 1997), Maria Antonietta Bàlzola, medico psichiatra e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica scrive: “Viviamo con la paura dell’avvicinarsi della morte. La nostra morte. Accettare il cambiamento comporta il confronto con la morte, il cambiamento estremo. E mentre tutto turbina attorno a noi in un mutamento continuo e frenetico, noi ci aggrappiamo alla fantasia di potere – non divenire – , e quindi non morire. Tutto ciò sarebbe sembrato folle ai tempi in cui la vita era legata ai ritmi della natura e la morte era parte del quotidiano come le stagioni, i cicli lunari, le maree. La vita è costellata da cambiamenti continui, dalla nascita alla morte, e ogni volta ci confrontiamo con il dilemma e il dramma della separazione: separazione dalla madre, dal nostro paese, da amici e parenti, da vecchie abitudini, dal coniuge o dai figli che crescono. Nelle società primitive i riti di passaggio suggellavano questi momenti e ne facilitavano l’elaborazione all’interno del gruppo di appartenenza. […] Accettare la trasformazione comporta anche fasi di confusione e di irrazionalità per poter stare in uno spazio transazionale in cui accogliamo, con la nostra ricettività, tutto il nuovo che può emergere. Solo dopo infatti, si potranno selezionare gli elementi da scartare. Questa fase di confusione viene facilmente vissuta dal paziente come una pericolosa perdita di identità che può lasciare spazio alla follia. Il medico, d’altro canto, da vari secoli tenta di intrappolare l’essere di ciascuno in precise definizioni nosografiche e distinzioni tra salute e malattia, entro le quali ciascuno deve sistemarsi per poter essere riconosciuto e accettato. Si giunge all’estremo che il paziente cronico non può più fare a meno della sua malattia perché perderebbe la sua – carta d’identità -. […] Pertanto la malattia rappresenta un cambiamento sia perché induce mutamenti somatici più o meno rilevanti, mutamenti di stile di vita, obbligando la persona a fermarsi a riflettere o a chiedere aiuto e a dipendere dagli altri, sia perché il suo superamento richiede importanti trasformazioni nella percezione di sé e nelle sue abitudini di vita”.
Un ulteriore, curioso e originale, contributo alla medicina olistica è ancora quello di una donna medico italiana, Gabriella Mereu, la quale nel 2000 pubblica “La terapia verbale: la medicina della consapevolezza” e nel 2005 “La malattia: l’Eros in trappola”. I suoi studi dimostrano come il malato stesso, parlando dei propri disturbi, rivela sotto forma di metafora, il conflitto che l’ha portato alla malattia. La mimica, le espressioni figurate, i modi di dire, la grafia, sono indicazioni preziose per svelare i propri sintomi; imparando a decodificare le metafore, il paziente può risalire all’origine di blocchi mentali e quindi arrivare alla guarigione. “Sono convinta”, afferma la dottoressa Mereu “che la medicina e il medico siano solo dei veicoli e che il medico dovrebbe funzionare solo da guida, affinché la guarigione fisica si attui insieme alla consapevolezza e all’evoluzione del paziente”. Grafologa, medico odontoiatra e omeopata questa donna, dalla simpatia coinvolgente, lavora sul concetto di “cura del terreno” (quel famoso “terreno” o “ambiente/mezzo interno” studiato dal fisiologo francese C. Bernard il quale non divenne mai famoso, in quanto il suo collega contemporaneo, tale L. Pasteur, portò la medicina tutta a concentrarsi compulsivamente sulla patogenesi di virus e batteri senza tener conto del “terreno” individuale. Si dice che in punto di morte il Pasteur ammise la dannosa l’omissione…ops!).
Parla a questo proposito la dott.ssa Mereu: “Dall’omeopatia ho imparato il concetto di – terreno – nel quale si sviluppa la malattia. L’omeopatia infatti, come l’agopuntura ed ogni terapia che si attua con la visione olistica della malattia e del malato, vede la causa delle patologie nella natura del malato e non nell’agente esterno che avrebbe provocato la patologia. La cura si attua sanando il “terreno” del malato”. Dunque la malattia come “disinformazione” e la cura a dirla omeopaticamente come “giusta informazione”. I temi principali delle malattie per Gabriella Mereu sono: 1. la mancanza di Eros; 2. la presenza del Tiranno; 3. il sentimento di abbandono; 4. la valorizzazione; 5. il concetto patogeno di perfezione.
L’ascolto attento di simbolismi, analogie, metafore espressi dalle persone, risultano il punto focale delle teorie di Gabriella Mereu. Ritorna qui il concetto di inconscio colletivo di C.G.Jung; esiste depositata in tutti i popoli della terra, una memoria inconscia che è comune a tutti e che si esprime nei linguaggi diversificati del sogno, della grafia, degli incidenti, degli atti mancati. Interpretare in maniera analogica quei linguaggi significherebbe arrivare a conoscere ciò che nasconde/rivela la metafora-coincidenza; la metafora-incidente; la metafora-malattia; la metafora-sogno.
La malattia come “benetìa” afferma Mereu, in quanto si presenta puntualmente per renderci consapevoli e liberarci da secoli di condizionamenti.
Davvero affascinante. Da approfondire sicuramente, mi dissi.
Gabriella Mereu fu radiata dall’Ordine dei Medici il 25/07/2017.
Ritorno indietro nel tempo.

Rudolf Steiner (1861-1925) esoterista, teosofo e fondatore geniale dell’ antroposofia, si occupò di vari campi del sapere: filosofia, sociologia, antropologia, economia, pedagogia. Oggi e conosciuto proprio per la pedagogia Waldorf e le sue scuole steineriane. Egli diede un contributo anche alle scienze mediche attraverso la medicina antroposofica; naturalmente le pratiche descritte non saranno mai riconosciute né accettate dalla medicina ufficiale. Nella concezione di Steiner l’essere umano è costituito da quattro parti, una corporea, il corpo fisico e tre di natura immateriale che sono il corpo eterico (le forze che danno forma alla vita), il corpo astrale (i sentimenti), e il corpo egotico (lo spirito). L’armonia esistente tra tali componenti può rompersi e questa rottura genera o meglio rappresenta la stessa malattia. In poche parole la malattia è sempre espressione di una rottura di un equilibrio psichico-emozionale oltre che meramente fisico. Il 14 giungo 1908 Steiner scrive: ”Dobbiamo renderci conto che tutto quanto pensiamo, sentiamo e percepiamo, ha effetti più rilevanti e anche a più ampio raggio, di quanto si ottiene sparando un proiettile. Il secondo può fare male, ma è considerato più pericoloso solo perché lo si può percepire più grossolanamente con i sensi, mentre non si è in grado di osservare l’altro”.
Sono passati cento anni. Un secolo! Attualissimo, mi dico.
A tutt’oggi esistono in ventotto paesi compresa l’Italia cliniche, strutture sanitarie, laboratori, farmacie specializzate e centri di formazioni di vario tipo legati alla medicina antroposofica.
Esiste una linea rossa che unisce questi pensatori, medici e non, alla ricerca di quella verità multiforme, metaforica, ana-logica, variegata, negata, che è la vita umana, l’uomo il cui Io, tende alla libertà e alla verità.
La salute nel senso più profonde del termine, la salute come equilibrio psicofisico nasce e si realizza attraverso quell’intelligenza totipotente che ci abita e che ci rigenera in ogni istante.
Corpo umano come microcosmo. Universo come macrocosmo.
Metafora e sintomo. Conflitto, come punto nodale delle dinamiche psico-somato-affettive. Consapevolezza, del motivo psicosomatico, dove si intende per psicosomatico ogni sintomo, dal raffreddore al cancro. E dove i geni, i neuroni e i neurini, oggetti di studi protocollari e costosissimi, risultano inefficaci al cospetto dei modelli psichici, comportamentali, emotivi ai quali noi sin da bambini ci sintonizziamo a partire dal concepimento, all’interno della famiglia e della cultura di appartenenza.
“Segno e simbolo. Linguaggio del corpo. Sintomo come parola dell’anima. Sintomo come lamento dell’anima. La verità che urla nei sintomi”. Parole di Gabriella Mereu.
“Organi e simboli. Ogni organo è un luogo archetipico”. Sostenne C. G. Jung.
“L’uomo è vissuto dal simbolo”, dichiarò prima di lui G. W. Groddeck.
“Ogni organo contiene il suo sentimento”, disse E. Bach.
La salute è la nostra eredità, il nostro diritto, è la completa e piena unione fra spirito, anima e corpo. La malattia è una cristallizzazione di un atteggiamento mentale.
“L’uomo immagina di pensare mentre, in realtà, viene pensato” – sottolineò ancora R. Steiner.
Oggi mi interesso ad alcune tematiche a mio parere molto importanti, per comprendere meglio un approccio integrato quali ad esempio: il concetto di risonanza e di memoria cellulare, le ricerche relative alla medicina orto molecolare o ancora a quelle recenti di Medicina dell’informazione elettromagnetica. Gli approcci della Psiconeuroendocrinoimmunologia (P.N.E.I.) vanno insieme a tutti i grandi contributi delle medicine orientali che da millenni hanno individuato la correlazione esistente tra organi, energia, emozioni. Da qui tutte quelle tecniche che indagano le emozioni: dalla Mindfulness immaginale alle Psicoterapie Brevi (ISTDP).
Tutti questi approcci accanto alle neuroscienze e alla fisica quantistica stanno riportando nel discorso scientifico, il ruolo dell’anima per una guarigione completa. Ormoni, neurotrasmettitori, chimica organica sono regolati dal sistema nervoso ma defluiscono nel corpo attraverso le emozioni. Oggi è ipotizzabile una reciproca influenza energetica tra DNA delle nostre cellule e il campo energetico circostante e dunque tutta la prospettiva circa il senso della rigidità dell’ereditarietà genetica cambia, proprio in quanto la nostra vita, e la vita tutto intorno a noi, hanno un’esistenza energetica. La materia è energia (Einstein docet) ed esistono vibrazioni sottili interconnesse. Per la scienza, la fisica quantistica sembra una novità, non così per l’antica saggezza mistica e spirituale. Tutte le terapie che utilizzano il concetto di vibrazione si propongono di agire sulla struttura dei cosiddetti “corpi sottili” (e che altro sono i chakra della medicina ayurvedica?!); le ricerche più d’avanguardia ineriscono attualmente proprio l’essenza vibrazionale del nostro DNA, le proteine che compongono il nostro corpo e l’acqua stessa che lo costituisce.

Carlo Rubbia nel 1984 ricevette il Premio Nobel per avere scoperto che il rapporto tra energia e massa è di 1 miliardo a 1. Detta “in soldoni” questo significa che se si osserva solamente la materia riconoscibile e indagabile con processi meccanici o chimici, si riesce a osservare e a comprendere solo…un miliardesimo della realtà! Il resto è energia.
Un altro fondante concetto che oggi bisognerebbe indagare e approfondire è quello di biopolitica. Dal Dizionario Google risulta un “Sostantivo femminile. L’insieme delle norme e delle pratiche adottate da uno stato per regolare la vita biologica degli individui nelle sue diverse fasi e nei suoi molteplici ambiti (sessualità, salute, riproduzione, morte, ecc.). Questo termine composto dalla parola bìos, vita e da polis, città, ricorre con vari significati nella storia della filosofia e della politologia. Ma fu M. Foucault, filosofo, sociologo, storico della scienza ed accademico francese che lo reinterpretò all’interno del dibattito filosofico a partire dalla metà degli anni settanta del Novecento. Argomento che approfondirò nel Blog di questo sito.
Gli antichi hanno visto la genesi di alcune malattie, specie di carattere epidemico, nelle materializzazioni o cristallizzazioni dei pensieri emanati dagli uomini.
In altri termini, ciò che si pensa, presto o tardi prende corpo.
Per questo ogni epoca crea le proprie malattie.
ANGELO ANGELINI da “IL SERTO DI ISIDE”
