Musica Popolare

“La dove senti cantare, fermati: gli uomini malvagi non hanno canzoni”

Leopold sedar senghor

Mi sono laureata nel 1996 in Pedagogia ad indirizzo psicologico, a Torino, presso l’Università degli Studi della facoltà di Magistero; l’ho fatto come studente-lavoratore, ci tengo a dirlo perché è stata una bella fatica! La tesi di laurea fu in Storia delle tradizioni popolari col titolo “Il calendario tradizionale contadino: i riti della nascita e dell’adolescenza in Valle Ossola”; da lì faccio nascere la mia passione per le tradizioni e la memoria orale avente da sempre il fine di preservare quell’eredità culturale contadina dalla quale ognuno di noi trae origine. Un lavoro lungo di “ricerca sul campo” durato due anni. Alla fine una vera e propria metabolé! Un cambiamento di prospettiva totale, grazie a quella vasta indagine etnografica che andava a restituirmi/ci uno spaccato di vita arcaica di quel distretto pedemontano che sulle carte geografiche corrisponde al solco mediano e terminale del fiume Toce, cioè la Valle Ossola propriamente detta. Anni di lavoro “sul campo” attraverso la raccolta di testimonianze orali, cioè di interviste ad informatori e in particolare informatrici donne, residenti nei comuni della cosiddetta bassa Ossola o Ossola inferiore nell’accezione dello storico Bianchetti. Emergeva così poco a poco la pregnante relazione che unisce la ciclicità della vita umana a quella vegetale; la presenza costante della luna, dispensatrice e simbolo di fertilità, astro dalle mille influenze: sulla gravidanza, sul parto, sul sesso del nascituro, sulla cura delle malattie su quasi tutte le attività condotte nel quotidiano contadino: seminare, tagliare, caseificare, conservare i cibi, vinificare.

Il filo conduttore: il legame mitico tra donna e Terra.

Lo studio delle tradizioni popolari, propone due classici piani di lavoro per la rilevazione sul campo: il piano del ciclo della vita, noto nel gergo dei folkloristi come “dalla culla alla bara” e il piano del ciclo calendariale che riguarda l’anno nei sui ritmi stagionali. Questi due piani costituiscono degli strumenti indispensabili per costruire una traccia, uno “scheletro” di informazioni entro cui situare la ricerca; i due livelli non si devono considerare contrapposti in quanto lo svolgersi del ciclo calendariale diventa sfondo integratore della vita contadina. Attraverso l’uso di questionari elaborati dai maggiori esperti italiani di etnografia e munita di registratore mi immersi nella nostra civiltà rurale: credenze, usanze relative alla nascita, al battesimo, alla benedizione dopo il parto, così come quelli inerenti al ciclo mestruale o il fidanzamento, il matrimonio, la morte e i funerali (queste stesse tematiche, con un focus peculiare sulla figura della strega e sui rituali dal matrimonio alla morte, furono brillantemente affrontati nella tesi di laurea dell’amica e compagna di studi Dott.ssa Cinzia Morea, di origini migiandonesi e walser). Infine, i proverbi che rappresentano la saggezza contadina coagulata in poche ma efficaci parole ed esprimono tutto il buon senso e l’esperienza del mondo contadino e alcuni ritornelli. Ne emersero frammenti preziosi di antichi rituali inseriti nelle diverse cerimonie dell’anno, ma anche nei giochi infantili, nei modi di dire, nelle attività agricole dove capivo aleggiare la metafora vegetale e lo spirito arboreo.

Anni dopo avvicinandomi al canto popolare vado scoprendo via via, una ulteriore e feconda parte della memoria orale, proprio quella relativa ai canti (inspiegabilmente non sondata durante la ricerca suddetta, forse perché competenza esclusiva degli etnomusicologi). Si palesa così una bellezza musicale e narrativa che ha permeato la nostra cultura a tutti i livelli: sociale, lavorativo, familiare. Un patrimonio ricchissimo che va dai canti sacri e religiosi a strofe strutturate, fino ai canti sugli usi e i costumi; quelli inerenti professioni e mestieri; i canti di consolazione, le ninne-nanne, i canti di ringraziamento. I canti dedicati alla mietitura, alla mondatura, all’autunno come al maggio, ai pastori, ai tessitori, ai filatori. Insomma, una gamma variegata e affascinante di voci lontane da conoscere e da valorizzare. 

Ginevra Di Marco una delle voci più interessanti del panorama italiano, già corista e seconda voce a fianco di Giovanni Lindo Ferretti e con collaborazioni illustri della musica italiana, vincitrice del Premio Tenco come migliore interprete nel 2009 e nel 2017, ad un certo punto della sua carriera vira verso la musica popolare e i canti di lotta; canti dal margine della Storia, da un mondo profondo e dimenticato. Ecco una sua dichiarazione a tal proposito: “Con gli anni ho capito che per andare avanti dovevo guardarmi indietro, andare a scoprire la “musica madre”, quella che ha raccontato la storia del nostro paese, la musica che partiva dal basso, i canti di denuncia, i canti degli operai e dei contadini, la voce degli ultimi. Mi sono molto interessata anche alla musica balcanica, francese, spagnola, divertendomi a scoprire attitudini musicali diverse dalle nostre, altre motivazioni sociali, altri contesti storici. Ho conosciuto e amato le grandi cantore del mondo sudamericano come Violeta Parra e Mercedes Sosa, con una sensibilità e una voce fuori dal comune, così come la loro forza, il loro coraggio, la loro resistenza politica. Figure mitiche che i nostri giovani farebbero bene a conoscere, non foss’altro per capire che ci può essere un’alternativa musicale, un altro mondo. Capire che non c’è soltanto la musica “occidentale” così come ci viene propinata dalla radio e dai media, ma che esiste un mondo intero di suoni, motivazioni e approcci alla musica che la rendono ancora più degna di significati. Musica che è atto sociale, abbattimento delle barriere, condivisione forte con il pubblico” (Terra Nuova-giugno 2015 n°306)

Per quanto riguarda la musica in generale, da sempre sento una fascinazione, la definirei così, verso questa arte; mia madre mi cantava dei brani o di operette ascoltate nella bottega artigianale di un sarto di origini napoletane, dove lei andava ad imparare il mestiere di sarta -“pantalonaia da uomo”; oppure canti popolari dolci ed evocativi, a volte struggenti (vedi Val Sugana). Ho amato addirittura il mitico flauto dolce, strumento i cui rudimenti venivano insegnati nelle ore di educazione musicale alle scuole medie; ho bazzicato filarmoniche e corsi di pianoforte, di chitarra, di teoria e solfeggio. Insieme ad amici e amiche di gioventù ho fondato gruppi musicali come “Quelli dell’arcobaleno” di stampo oratoriale e successivamente trasformatasi nella “5.85.Band” di genere cantautorale e già in odore di coralità; entrambe esperienze altamente formative, dove ho imparato a condividere la gioia della musica con altre persone. Ho fatto parte di recital musicali come il “Quale Dio?” (1996) sorta di ironico percorso visivo-sonoro che portava gli spettatori a riflettere sulle differenze esistenti tra fede, dogmatismo e spiritualità, ideato dal maestro Contardo De Agostini.

I Lavertis

Dopo parecchi anni mi riavvicino al genere popolare grazie ad un gruppo locale verbanese “I Lavertis” il cui repertorio inerisce le musiche da ballo ma anche da ascolto, nate per intrattenere i convenuti. Grazie ad Alessandro Boneschi, Alberto Chiesa e Diego De Piccoli, scopro una musica volutamente ripetitiva che privilegia la melodia e il ritmo rispetto all’armonia e agli accordi e che ripropone brani popolari senza particolari arrangiamenti proprio per mantenerli il più possibile vicini agli originali. Quattro anni passati tra prove, esibizioni pubbliche legate al territorio e al ballo popolare di piazza, partecipazioni a rassegne (ad es: festa del rione Al Bass, di Fondotoce; Musica in Quota, alpe Veglia 2017). Con loro sono divenuta autrice delle parole di alcuni brani inediti, nati per essere eseguiti con i soli strumenti, in seguito liricizzati al fine di rendere i pezzi più concreti ed evocativi.

Versatil…mente

Attraverso i miei contatti con l’istituzione scolastica nasce una collaborazione ad un progetto nell a.s. 2014/2015 alla scuola media di Gravellona Toce, che ho intitolato: “Versatil…mente: suonando, danzando, cantando in Europa” ideato sia per studenti di scuola primaria che secondaria, avente come finalità la conoscenza e la salvaguardia della musica popolare. Vede coinvolti gli insegnanti di lettere, l’amica Maria Vittoria Rosa, e il professore di educazione musicale Domenico Botta, i quali dal secondo trimestre dell’anno scolastico iniziano un percorso di sensibilizzazione ad hoc, con la proposta nelle classi di testi e sussidi diversificati da me forniti. Nel mese di maggio gli alunni e le alunne coinvolti nel progetto si riuniscono nell’aula magna della scuola, per partecipare all’evento finale, condotto da me coadiuvata da I Lavertis e con il coinvolgimento di Eros e Daniela, come esperti in danze popolari. Una full immersion nella musica popolare piemontese, franco-occitana, fino a quella celtica, con escursione nel nord Europa, nei Balcani e nelle sonorità mediorientali e del Mediterraneo. Parto da lontano attirando l’attenzione e favorendo la partecipazione attiva dei ragazzi con slide, cartelloni, oggettistica varia e naturalmente canzoni e infine balli comunitari.  

Note di Memoria

Nel 2015 con i Lavertis decidiamo di partecipare al concorso “Note di memoria” indetto dall’Anpi Verbania, Anpi VCO, la Casa della Resistenza e il Coro Volante Cucciolo. Un progetto atto a tenere viva la memoria storica e con essa i valori e i principi che hanno animato i nostri Partigiani al tempo della lotta per la Liberazione, grazie all’attualizzazione di quei valori e cercando un punto di condivisione tra generazioni. Trentuno gruppi da tutta Italia tra cori e band. Dodici brani dedicati ai 42 martiri di Fondotoce. La giuria tenne conto della qualità artistica e compositiva del brano inedito; dell’originalità del brano; dell’immediatezza del messaggio; della capacità interpretativa e infine della finalità di promozione della cultura Resistente. Partecipammo con entusiasmo e passione, non vincemmo il premio, ma pochi mesi più tardi il nostro brano dedicato anch’esso ai 42 martiri di Fondotoce fu scelto per far parte di un CD “Note di memoria”. Queste le parole che scrissi agli Enti organizzatori per ringraziarli: “[…] Come cultori e studiosi di musica popolare siamo oltremodo lieti che il nostro brano “42 corpi, 42 cuori” sia proprio lì, a rappresentare la suddetta musica popolare con una ballata semplice ma allo stesso tempo incisiva ed evocativa, eseguita con gli strumenti tipici di tale tradizione: organetto diatonico, violino, fisarmonica, chitarra e voce”.

QUARANTADUE CORPI, QUARANTADUE CUORI (Boneschi, Carboni, De Piccoli)

1.Era un corteo che andava alla morte,
vile campagna di intimidazione,
la dignità nei loro volti,
col sogno imminente di Liberazione.
Carlo fu il solo sopravvissuto,
di sangue imbrattato: non chiese aiuto.
“Quarantatré” qual beffarda partita: fu partigiano per tutta la vita!
RIT: Quarantadue corpi, quarantadue cuori, sì, siete voi i liberatori!
Falciati da un tragico rastrellamento 2v./: 1.la nostra pace per il vostro tormento/2.la vostra voce urla nel vento!
2.Vil rappresaglia, imboscata e tortura,
Cleonice indomita è senza paura.
Il cartello “banditi” fu il real tradimento.
Non conta morire, non vi è più tormento…
RIT: Quarantadue corpi….1/2
3.Tramonti lividi e notti di schianti,
coprifuoco, fame, pochi rimpianti
e non vi fu mai disperazione: neanche davanti all’esecuzione!
RIT: Quarantadue corpi…1/2
4.Non perdere giovane, il senso dell’oggi,
non spegnere mai quella memoria atroce,
quarantadue corpi, quarantatre ostaggi,
furono i Martiri di Fondotoce…

NIENTE RETORICA NIENTE UNIFORME (Boneschi, Carboni)

1.Niente retorica/ niente uniforme/ zaini lievi/ Nome di battaglia…
Non più innocenza/ non più paura/ per cento anime febbricitanti…
E come capi/ i vecchi alpini/ sudore acre/ poche visioni/ baluginanti…
RIT: Vitalità/ puro sgomento/ terra ribelle a un indottrinamento/
La libertà è la vera condizione/ e la giustizia più che consolazione
2.Vi hanno chiamati/ sporchi banditi/ con quella scelta che faceste un dì
Senza vessilli/ mai più sull’attenti/ rinnegavate i “Signorsì”!
RIT: Vitalità….
3.Vi rifugiaste nelle vallate/: polenta pane/ spesso anche l’erba/ mangiata accanto a
cascine bruciate/Giovani morti/ coi denti verdi/ calzoni corti/ fazzoletto al collo
RIT: Vitalità….

Arsunà

Un grande approfondimento sul canto popolare avviene dal 2016 quando comincio a frequentare uno stage di canti dal mondo contadino condotto da Valentina Volonté e Lorenzo Valera, entrambi provenienti dalla Lombardia e formati nel canto di tradizione orale con il m.o. Pugolotti e l’associazione “Voci di mezzo” di Milano; in seguito mi recherò a Marsiglia (aprile 2017) presso l’Ostau Occitan per un laboratorio di canto occitano. A Vogogna, comune dell’Ossola, partecipo ad altri approfondimenti relativi al canto popolare, sempre coordinati da Volonté, come ad esempio quello sul canto còrso con Muriel Chiaramonti o, più di recente nel dicembre 2019, con un “luthier des voiz” Emmanuel Pesnot. Intorno alla condivisione di questa passione (e anche grazie all’associazione italo-francese Passamontagne facente capo a Valentina e Lorenzo), viene fondato in Ossola un gruppo polivocale: Arsunà. Ci esibiamo negli anni in varie occasioni in teatri e locali della zona cantando “di libertà, di amore, di viaggio, di fatica e di festa”.

La delicata e sottile arte dell’etnomusicologia insegna anche questo: guardare da lontano ciò che si è trovato e ricordare altre storie, sentite cantare anche in posti impensati.

Riuscire nella difficile opera di ricostruzione di una piccola opera d’arte, capire che là una volta c’era una strofa in più che adesso nessuno si ricorda, intuire che quella parola una volta era un’altra, dimenticata o semplicemente ascoltata male.

LUCA BONAVIA in “Cantar Storie” – Un viaggio nel canto popolare tra i monti dell’Ossola”
Arsunà. Foto di Roberto Bianchetti

Scrive Andrea Zanotti presidente del coro Sosat, giornalista, professore ordinario di Diritto canonico alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna e dal 2015 componente del Centro Nazionale Coralità: “Il canto rappresenta forse la forma più efficace e suggestiva di tradizione orale, perché fonda parola e musica, intelligenza e sentimento; per questo sa toccare e muovere corde profonde della nostra identità […]. Quando ancora adesso mi ripeto la domanda che rivolgevo a un padre ancora cantore a dispetto dei molti anni: “Perché continui a cantare?” sento aleggiare ancora la sua risposta: “Ricòrdete che cantàr l’è, prima de tùt, volèrse ben” (Ricordati che cantare è, prima di tutto, volersi bene). Tratto dalla rivista del CAI “Montagne 360”, settembre 2018.

Goccia di voci

Dal 2018 faccio parte anche del coro ticinese “Goccia di Voci” diretto da Oskar Boldre. Un vero impegno sonoro! Un repertorio suggestivo e polifonico di canti popolari dal mondo arrangiati in modo originale e pressoché unico dal maestro.

Il progetto Goccia di voci fu fondato da Oskar Boldre e Karin Witzig nel 1996 ed è composto da cori con sedi a Locarno, Zurigo e Soletta, in Svizzera.

Oskar Boldre insegna improvvisazione vocale in Italia (coro “Ancore d’Aria), Svizzera e Germania. E’ direttore artistico del festival Voci Audaci.

Dal 1997 i cori Goccia di Voci si esibiscono in più di 350 concerti in Svizzera, Italia, Germania e Inghilterra. Il coro Goccia di Voci inoltre è stato vincitore di più premi al concorso nazionale di Aarau, in Svizzera, nel novembre 2013.

Di seguito un brano tratto dal sito dell’associazione culturale Giocando la Voce:

“Goccia di Voci nasce con l’intento di fondere gli aspetti sacri e giocosi del canto oltre i percorsi convenzionali. L’uso della voce come strumento permette di inventare nuovi linguaggi fatti di colori vocali e di trasformare il coro in una vera e propria orchestra timbrica. Il repertorio aperto sul mondo risveglia la curiosità; ritmo e nuove timbriche coinvolgono spirito e corpo, trasmettendo la gioia e la felicità del canto […]. I brani, composti dal maestro Boldre e i suoi arrangiamenti fanno di Goccia di Voci una realtà dal carattere inconfondibile, capace di coinvolgere il pubblico e trasportarlo in un autentico viaggio sonoro, ricco di contrasti e sorprese: una realtà unica e pionieristica nel paesaggio corale svizzero e non solo. Goccia di voci è stato uno dei primi cori a proporre improvvisazioni nel corso dei concerti: un’opportunità per tornare bambini e giocare con la voce grazie alle Circlesongs”.

Così vado via via scoprendo la bodypercussion; l’improvvisazione vocale, le circlesongs. Un mondo per me nuovo e altamente suggestivo. Nel giugno 2019 partecipo con il coro Goccia di voci allo spettacolo “CAVA: le pietre raccontano il mare a chi le sa ascoltare” presso le Cave di Arzo, località nel Canton Ticino che ha legato il proprio nome proprio alle cave di marmo (ora in disuso), presenti nel suo territorio e oggi luogo e scenario ideali per suggestivi eventi. La regia fu di Juri Cainero con la compagnia Onyrikon, due bande musicali e la partecipazione straordinaria di Gardi Hutter, attrice teatrale, commediografa, clown con alle spalle più di 3800 rappresentazioni in 35 paesi e 5 continenti. Un’esperienza unica e indimenticabile.

Il 25 novembre 2018, durante la mia formazione nel coro, è stato realizzato un Gran Concerto presso il mitico Auditorio Stelio Molo RSI di Lugano, nell’occasione dei vent’anni di collaborazione con l’attività di Kam For Sud, una ONG svizzera creata nel 1998 in Ticino da un gruppo di persone che lavorano per lo sviluppo sostenibile nel campo dell’educazione, della salute, dell’ecologia e per la protezione dell’infanzia in Nepal. Ne è nato un CD/DVD registrato dal vivo con la presenza di tutti e tre i cori Goccia di Voci: 112 elementi, due percussionisti e un “beat boxer” zurighese Raphael Baumann. Questo nuovo e insolito ensemble prese il nome di Impulsi.

Questa goccia in legno di olivo è stata realizzata da un artigiano del Ruanda; Gabriella Caldelari collega cantante nel coro Goccia di voci e presidente dell’associazione ticinese “Insieme per la pace” (fondata in Ruanda a seguito degli avvenimenti del 1994) si reca abitualmente nel paese africano. Scopo dell’associazione è la promozione e lo svolgimento di attività ed opere di umana solidarietà e cultura, atte a favorire la promozione di raccolte fondi da destinare alla concessione di aiuti morali e materiali alle persone bisognose.

Stato Selvatico

E’…un trio o un quartetto; un duo o un solo! Nasce dalla voglia di cantare in una formazione ridotta rispetto al coro e di condividere delle esperienze sonore con degli amici e delle amiche.  Nel 2017 scrivo un progetto diciamo “sulle ceneri” del precedente “Versatilmente” proposto alle scuole. Da un po’ di tempo vorrei impegnarmi in una sorta di spettacolo o performance per un pubblico adulto: dunque un work in progress. Lo intitolo “Sguardi oltreconfine”.

Il tentativo è quello di portare il pubblico in un viaggio metaforico nella musica popolare italiana ed europea. Un’importante finalità era quella di far conoscere alcune minoranze etniche: il popolo Rom e l’Occitania. Grazie all’ospitalità degli amici Erika e Thomas della casa Rosa di Agrano il 26 novembre 2017 Stato selvatico si esibisce per la prima volta. Lo spettacolo è intercalato da letture e da poesie. Compagna di viaggio e cantante dotatissima e abile sia nell’armonizzare in modo naturale, sia nella sua fisicità policroma tutta teatrale c’è Federica alias Pigi. Non posso non citare un episodio occorsoci ad una settimana dall’esibizione. In breve il nostro chitarrista ha un impegno inderogabile per il giorno del concerto e con rammarico ce lo comunica. Lui è Massimiliano con il quale ho condiviso un fecondo periodo di apprendimento dello strumento chitarra; un bagno nel rock e nel cantautorato. Oggi è un autore dotato e di talento. Pigi estrae il coniglio dal suo magico cappello: l’amico Giovanni, aspirante liutaio poco più che ventenne; lui può imparare in pochi giorni i brani, gli accordi, i tappeti musicali. Ci precipitiamo a casa sua: ed è così e anche di più! Giovanni con la sua maestria e il suo talento ci ha accompagnate con discrezione, grazia e…pazienza nei concerti a venire!

Massimiliano Cremona, cantautore, ricercatore nel settore dei beni culturali, ha all’attivo tre album “Canzoni dalla nebbia”, 2015, “L’inverno è passato”, 2016 e “Isolante”, 2021. È autore di numerose pubblicazioni e cicli di conferenze. Nel novembre 2017 con la città di Stresa/servizio cultura e il patrocinio della Biblioteca civica A. Zapelloni, Massimiliano organizza una serie di incontri sulla storia e l’evoluzione della canzone d’autore italiana dal 1958 ad oggi e…mi invita a suonare e a cantare con lui. Ci esibiamo il 17 novembre alla Palazzina Liberty e scelgo il periodo degli anni settanta “tra romanticismi di Baglioni e Cocciante, la canzone impegnata di Guccini e Finardi e le novità introdotte da Dalla e De Gregori”, il titolo della serata. Propongo un brano intimista del “maestrone” Francesco Guccini e la sua: “Canzone della bambina portoghese”. È un testo composto di due canzoni; in mezzo c’è un’apparizione in un punto geografico che è la fine di un mondo e l’inizio di un altro. C’è una ragazzina che qualcosa intuisce, ma non riesce a capire e…se ne frega! Dichiara Francesco Guccini:” Si tratta di un esperimento, anche musicale. Due i temi: quello iniziale e finale sono molto simili, quello centrale è decisamente diverso. I tempi attorno a noi stavano cambiando. Da lì a poco sarebbero arrivate le Brigate Rosse, ma già allora cresceva il numero delle persone convinte di possedere la verità. Una canzone strana, quella della bambina portoghese. La sua intuizione è come il gioco dei cinque cappelli, un gioco enigmistico alla cui soluzione arrivi per caso, dopo averla molte volte avvicinata, senza mai catturarla. La storia è semplice, la soluzione difficile”.

Magicanto

Come Stato Selvatico continuo ad occuparmi di memoria e di dialetti. Penso che ogni dialetto serva alla memoria; così come la musica popolare italiana costituisce un ponte e un punto di partenza per parlare di tradizioni. Nasce nel 2020 Magicanto, un nuovo progetto di canti e reading. Così come con “Sguardi oltreconfine” proponiamo anche brani recenti, consapevoli che all’interno della cosiddetta contaminazione e oltre l’obbligo della riproduzione fedele, è possibile dare vita ad una musica senza confini con il contributo di altri stili, linguaggi musicali, dialetti, lingue, etnie.

La tradizione forse morirebbe senza apertura verso l’esterno, il nuovo, che se ben articolato, con tutti i crismi del caso, può rendere ancora viva e ben vegeta quella tradizione.

Proponiamo così brani legati in qualche modo alla Natura, agli elementi, alla transumanza, a figure eroiche e bistrattate. Come sigla finale scovo un breve e intenso brano: “La musica è potere”, scritto sotto commissione di Ambrogio Sparagna, musicista ed etnomusicologo, da Giovanni Lindo Ferretti per la Notte della Taranta del 2003; la metafora è quella vegetale, di una semina di suoni e di ritmi che nella loro diversità possono germogliare vicini.

Ora c’è un nuovo compagno di viaggio. Un nuovo brillante “selvatico”; insieme a Giovanni c’è Massimo, valente chitarrista e voce tenorile oltre che amico vivace, disponibile, solare.

“Vengo da una famiglia di origini contadine, nella quale il canto popolare era non solo un modo come un altro per fare musica o stare insieme, ma un qualcosa di più profondo, di appartenenza non unicamente a una famiglia ma ad un mondo, a uno stile di vita, una cultura specifica”

AMBROGIO SPARAGNA

Progetto Madre Terra

Con il progetto Madre Terra riporto all’interno dell’istituzione scolastica negli anni 2017/2018/2019 i contenuti e gli obiettivi culturali, educativi e didattici della tradizione orale, della cultura materiale, della consapevolezza delle proprie radici contadine. Questa volta la referente e coordinatrice interna alla scuola è Anna Mansi, architetto e insegnante di educazione artistica/tecnica alla scuola secondaria di I grado “Gisella Floreanini” di Domodossola, nonché grande amica e amante di quella Natura ritenuta “maestra suprema”; con Anna e Thomas Gorner, esperto in botanica, ho partecipato anche ad alcune uscite rocambolesche e “magiche” sul nostro variegato e stimolante territorio ossolano, facenti parte integrante del progetto.

Anche in questa occasione coinvolgo Federica alias Pigi, perché trovo meraviglioso lavorare e collaborare con lei, per la sua innata simpatia e le speciali doti istrionico-teatrali che fanno parte della sua formazione. Ci avvaliamo di materiali e sussidi diversificati, sia legati all’approccio ritmico-musicale, dunque giochi motori, percussioni e improvvisazioni vocali; sia materiale costruito ad hoc rifacendoci a testi poetici oppure a testi di grandi autori come Dario Fo. Il progetto Madre Terra poi divenuto Progetto GREEN continua a tutt’oggi con molto successo. Gli obiettivi sperimentati e condivisi si riferiscono sempre alla volontà di sviluppare nei ragazzi, come da linee guida del progetto:

“una coscienza di sé connessa a ciò che li circonda; a ritrovare il senso delle cose e del vivere umano sul pianeta Terra; a crescere persone che si sentano sempre più facenti parti di un Tutto e consapevoli dell’importanza del proprio contributo alla vita comunitaria nella società” (brano tratto dal Piano Triennale Offerta Formativa)

Da consumatori compulsivi a biocentristi dell’esistenza!

Sono felice di aver contribuito ad un percorso di LIBERTA’ e CONSAPEVOLEZZA per le nuove generazioni.

Il nostro motto nelle ore dedicate al progetto era:

QUANDO L’ULTIMO ALBERO SARA’ STATO ABBATTUTO, L’ULTIMO FIUME AVVELENATO, L’ULTIMO PESCE PESCATO, CI ACCORGEREMO CHE NON SI POTRA’ MANGIARE IL DENARO.

PIEDE DI CORVO, CAPO SIOUX